)
Il perché della fame nel mondo.
Il
Papato e gli Organismi internazionali non ci dicono la verità. E’ evidente che viviamo
nel pieno di una furibonda, quanto silente ed occulta, “guerra” per
ripristinare quella società fondata sula schiavitù esistente prima dell’Avvento
del cristianesimo.
La società che si profila, in verità, è peggiore di quella
schiavista in quanto si prefigge la “soluzione finale”, il progressivo
ridimensionamento del genere umano fino al suo annientamento, l’avvento
dell’anticristo.
Hilaire Belloc, nel suo aureo libro, Lo Stato Servile, scritto intorno al 1912 ma tuttora attualissimo,
pubblicato in Italia nel 1993 da Liberilibri di Macerata, scrive che: …Era la povertà a rendere schiavi. Ancora
oggi questa conclusione è fondata.
La povertà è il presupposto della schiavitù. Pertanto chi
si propone di instaurare una società “servile” deve organizzare la società in
modo che sia favorito e facilitato l’insorgere della povertà. Il modo più facile e semplice è quello di
privare l’individuo della propria capacità produttiva cioè dei mezzi di
produzione e delle conoscenze necessarie per applicarli ad essa.
Oggi nell'economia globalizzata se l’individuo conserva la propria capacità
produttiva può essere ridotto alla fame
tagliando fuori dagli scambi del mercato globale la possibilità di scambiare i
propri prodotti. Questa esclusione viene di solito applicata nei confronti
degli stati dalle potenze che gestiscono e controllano il mercato globale. In
tal modo possono essere ridotte alla fame intere zone del pianeta. Un esempio
di questa esclusione affamante è dato dall’Africa subsahariana, tagliata fuori
dagli scambi del commercio mondiale è ridotta ad una landa desolata. Questo
significa che anche se una nazione conserva la propria capacità di produzione
non è sufficiente a preservarla dalla miseria ma occorre che sia in grado di
essere presente nel mercato globale degli scambi di merci e servizi.
La
definizione di Hilaire Belloc su cosa significa “produrre ricchezza” va,
pertanto, integrata con quanto innanzi, altrimenti ci fermiamo a descrivere
solo una faccia della medaglia: La vita dell’uomo, come quella di ogni altro
organismo, dipende dalla sua capacità di modellare l’ambiente a proprio
vantaggio, rendendone le caratteristiche il più possibile asservite ai suoi
bisogni. A questa speciale, consapevole ed intelligente trasformazione del suo
ambiente, che è propria dell’intelligenza e delle facoltà creative umane, diamo
il nome di produzione della ricchezza. La ricchezza è tutto ciò che, attraverso
un processo di trasformazione, è stato consapevolmente e intelligentemente reso
più asservibile ai bisogni umani. Enza ricchezza l’uomo non può esistere. La
produzione di ricchezza è per lui una necessità, e, sebbene si parta da ciò che
è più necessario per arrivare a ciò che lo è meno, persino a quelle forme di
produzione che noi definiamo voluttuarie, tuttavia in ogni società umana ci
sono un certo tipo e una certa quantità di ricchezza senza la quale la vita
umana non può essere vissuta; nell’attuale Inghilterra ne sono esempio la
cucina ricercata, gli abiti, il carburante e l’abitazione. Controllare la
produzione di ricchezza significa, quindi, controllare la stessa vita umana.
Negando all’uomo l’opportunità di produrre ricchezza gli si nega l’opportunità
di vivere, e, generalmente, i cittadini esistono legalmente nella misura
in cui la legge consente la produzione di ricchezza. Questo, oggi, non basta più.
Oggi si può
diventare poveri anche se si è capaci di “produrre ricchezza” allorché si è tagliati fuori dai meccanismi di
scambio.
E’ la situazione decritta nell’Apocalisse. Chi non ha il marchio della
Bestia non può né vendere né comprare. Riteniamo
sia molto utile leggere questo passo del libro di Belloc, sopra citato, per
capire la realtà, oggi. La ricchezza può
essere prodotta soltanto applicando energia umana, sia mentale che fisica, alle
risorse della natura che ci circonda e alla materia che è piena di queste
risorse. Chiameremo lavoro questa energia umana così adatta ad agire sul mondo
e sulle sue risorse; per quanto riguarda la materia e le risorse naturali,
useremo il termine, limitato ma convenzionalmente corretto, di “terra”.
Sembrerebbe, dunque, che tutti i problemi connessi con la produzione di
ricchezza e tutto il dibattito che si svolge in merito coinvolgano soltanto due
fattori principali, quelli, appunto del lavoro e della terra,. Ma dal momento
che l’azione umana sulla natura, conformemente alle specifiche qualità
dell’uomo rispetto alle altre creature viventi è consapevole, deliberata ed
intelligente, essa introduce un terzo fattore di fondamentale importanza. Per creare ricchezza l’uomo impiega metodi
ingegnosi di varia e spesso crescente complessità, si aiuta con la costruzione
di strumenti di lavoro. In ogni nuovo settore di produzione questi strumenti assumono
presto per la produzione stessa un’importanza paragonabile a quella del lavoro
e della terra. Inoltre, dato che ogni processo produttivo richiede un certo
tempo, durante il quale il produttore deve essere nutrito, vestito, fornito di
abitazione e tutto il resto, deve esistere un’accumulazione di ricchezza
creata nel passato e messa da parte con
lo scopo di sostenere il lavoro durante l’attività di produzione per il futuro.
Sia che si tratti della costruzione di uno strumento o di un attrezzo, sia che
si tratti di accantonare una scorta di provviste, il lavoro applicato alla
terra per entrambe le finalità non produce ricchezza per un consumo immediato,
ma permette che si conservi qualcosa, e quel “qualcosa”, è sempre necessario in
quantità che variano a seconda della difficoltà o meno che la società economica
incontra nel produrre ricchezza. Definiamo capitale la ricchezza che non viene
consumata subito, ma accumulata e messa da parte in vista della produzione
futura, o sotto forma di strumenti e attrezzi, oppure sotto forma di scorte per
la continuità del lavoro durante il processo produttivo. Salgono così a tre i
fattori che agiscono sulla produzione di tutta la ricchezza umana e che possiamo
denominare convenzionalmente terra, capitale e lavoro. Quando parliamo di mezzi
di produzione intendiamo riferirci a terra e capitale messi insieme. Così,
quando diciamo che un uomo è “espropriato dei mezzi di produzione” o che non è
in grado di produrre ricchezza senza il permesso di un altro che “possiede i
mezzi di produzione”, vogliamo dire che quell’uomo è padrone soltanto del suo
lavoro e non esercita nessuna forma minimamente utile di controllo o sul solo
capitale o sulla sola terra oppure sull’una e sull’altra insieme.
Questo ci
spiega come mai ci sono popoli e Paesi che non riescono a produrre ricchezza.
Essi non possiedono o vengono espropriati dei “mezzi di produzione” : non hanno
terra coltivabile, mancano di attrezzi o macchinari per produrre beni o fornire
servizi, sono senza capitali. Anche ad avere i “mezzi di produzione” non basta.
A fianco dei tre fattori principali e tradizionali, terra, capitale e lavoro,
se ne è aggiunto un altro, la “capacità di scambio” o di “comunicazione”. Oggi
se si è tagliati fuori dai flussi di scambio e di comunicazione si è messi
nella incapacità di realizzare una qualsiasi produzione di beni o di servizi,
si è fuori dal mondo, economicamente è la morte. Un esempio di questo è dato
dalla Corea del Nord, dai Paesi sub-sahariani (ad esclusione del Sudafrica,
della Nigeria e del Kenya). La loro è un’economia di sopravvivenza senza alcun
controllo sui mezzi di produzione, sui flussi di comunicazione e di scambio. Il
mondo industrializzato, sia in Occidente che in Oriente, è interessato allo
sfruttamento di questi territori, soprattutto quelli africani. Gli interessi dei paesi industrializzati non
mirano a sfamare le popolazioni afflitte dalla miseria. Queste con l’arrivo
dell’imprenditoria di consumo perdono la possibilità di una minima speranza di
sopravvivenza. La situazione è la stessa che si verificò quando i coloni
americani invasero le praterie dei pellerossa ai tempi del Far West. Eliminati
gli “indiani” autoctoni e le mandrie dei bisonti, i coloni furono liberi di
spartirsi la terra per sfruttarla secondo i principi dell’economia di consumo
tipica del sistema economico occidentale. La nuova “frontiera” è oggi
costituita dai territori africani. Gli indigeni una volta persa la terra sono
privati dell’unica possibilità di sopravvivenza che è assicurata unicamente dalla coltivazione e
gestione diretta del proprio territorio. Occorreva incentivare la nascita di
famiglie e comunità agricole formate da coltivatori e allevatori autonomi.
Invece le popolazioni vengono espropriate della loro terra. In tal modo perdono
anche la capacità di saper coltivare, di trarre dal posto dove vivono il loro
sostentamento, magari come è stato per secoli e generazioni. La principale causa della fame del mondo
è l’esproprio della terra, la distruzione delle agricolture locali, il degrado
del territorio.
Questo è noto agli organismi internazionali, nel sito internet della
FAO si legge : Roma, 2 luglio 2008 - Il degrado delle terre
coltivabili è in continuo aumento in molte parti del mondo, secondo uno studio
che ha utilizzato i dati presi nel corso di un periodo di 20 anni, ha
dichiarato la FAO in questa settimana. Definito
come un declino a lungo termine della funzione e della produttività degli
ecosistemi, il degrado del territorio è in grave aumento e si sta propagando in
molte parti del mondo: oltre il 20 per cento di tutte le superfici coltivabili,
il 30 per cento delle foreste e il 10 per cento delle praterie. Si stima che 1,5 miliardi di persone,
o un quarto della popolazione mondiale, dipendono direttamente da territori
degradati. Le conseguenze di
degrado del terreno sono causa di una scarsa produttività agricola, di emigrazione,
di insicurezza alimentare, di danni alle risorse elementari e agli ecosistemi
di base e la perdita di biodiversità attraverso le modifiche degli habitat si
ripercuotono, a livello genetico, sia sulle specie vegetali che su quelle
animali. "Il
degrado delle terre coltivabili ha anche importanti ripercussioni sulla
mitigazione e sull’adattamento al cambiamento climatico e di come la perdita di
biomassa e di materie organiche del sole emette carbone nell’atmosfera
incidendo così sulla qualità del terreno e sulla sua capacità di trattenere le
acque e le sostanze nutritive", osserva Parviz Koohafkan, direttore della
Divisione della Terra e dell’acqua della FAO. I
dati indicano che, nonostante la dichiarata volontà di 193 paesi che hanno
ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la
desertificazione nel 1994, il degrado delle terre coltivabili sta peggiorando
anziché migliorare. Circa il 22 per cento delle terre degradate è situata in
aree molto aride e secche, mentre 78 per cento di esso è in regioni umide. Da
uno studio è emerso che il degrado è causato soprattutto dalla cattiva gestione
del territorio.Facendo un confronto con le valutazioni
precedenti, il presente studio dimostra che, dopo il 1991, il degrado del
territorio ha colpito nuove zone, mentre altre aree storicamente degradate sono
state così gravemente colpite che oggi sono riuscite a stabilizzarsi dopo che
sono state abbandonate o gestite a bassi livelli di produttività. I dati complessivi sul degrado delle
terre coltivabili fanno parte di uno studio diffuso dalla FAO, del Programma
Ambientale delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione Mondiale dell’Informazione
del Territorio(ISRIC). Lo studio, finanziato dal Fondo per lo Sviluppo
Mondiale, s’intitola “Land Degradation Assessment in Drylands (LADA)”. Uno spiraglio di luce Ma non ci sono solo zone d’ombra. In questo studio
sono stati trovati anche degli spiragli di luce, nei casi in cui la terra è
usata in modo sostenibile (19 per cento delle terre agricole) e si riscontra un
miglioramento della qualità e della produttività (10 per cento delle foreste e
il 19 per cento dei pascoli). La
maggior parte dei miglioramenti riscontrati nelle terre agricole è associata
all'irrigazione. Si sono osservati anche dei progressi nell’agricoltura
pluviale, nei pascoli nelle praterie e nelle pianure dell’America
settentrionale e dell’India occidentale. Altri
vantaggi sono il risultato di una politica che ha favorito le piantagioni
forestali, soprattutto in Europa e nell’America settentrionale, accompagnata da
alcune significative opere di bonifica, per esempio nel nord della Cina. Lo
studio dimostra che il degrado delle terre coltivabili rimane una priorità che
richiede una rinnovata attenzione da parte degli individui, delle comunità e
dei governi.
Questi avvertimenti sono rimasti e rimangono inascoltati. Il tema Nutrire il pianeta è quello scelto
dall’EXPO 2015 di Milano. Allorché lo si è deciso si pensava che il problema
del “cibo” non fosse nella produzione ma nella distribuzione, cioè si pensava
che ci fosse abbastanza “surplus” agricolo e alimentare da poter sfamare tutta
la popolazione mondiale. Questa sembra essere anche la concezione del Vaticano,
del Papato, della Chiesa. Infatti Papa Francesco nel corso dell’udienza
riservata ai partecipanti dell’assemblea della FAO, il 20 giugno del 2013, ha
denunziato lo scandalo di una produzione che sarebbe sufficiente a sfamare
tutti e di milioni di persone che muoiono di fame. La situazione non sta
proprio così. Anzi un simile discorso svia dalla vera causa della “fame” che è
l’esproprio della terra coltivabile ai contadini. La produzione di cibo non è
né sovrabbondante né a buon mercato. Una conferma è data dal rialzo dei prezzi delle derrate alimentari.
Queste sono diventate in alcuni casi
inaccessibili per le popolazioni a basso reddito. Questo effetto è stato
di recente prodotto anche a causa del dirottamento verso usi non alimentari
delle derrate agricole per ricavarne biocarburanti. Si è scatenata una
speculazione finanziaria sui contratti a termine futures dei prodotti agricoli che, in tal modo, perdono la loro
destinazione naturale che è quella di sfamare l’essere umano; diventano
un’occasione, come un’altra, per fare denaro anche se questo comporta la morte
per fame e denutrizione di qualche milione di persone. Allo sfruttamento
industriale del suolo consegue il suo degrado. Il danno a carico dell’uomo è
duplice, non solo non si produce cibo ma si preclude la possibilità di produrlo
in futuro condannando definitivamente alla fame le generazioni di oggi, e,
quelle di domani.
Infatti basta considerare alcuni dati reperibili su
Wikipedia: La
produzione di biodiesel è molto dispendiosa anche dal punto di vista idrico. Per produrre un litro di biodiesel servono 4000 litri di acqua per
l'irrigazione delle colture e durante il processo chimico di trasformazione. Le critiche alla produzione
di biocarburanti attraverso grandi piantagioni sta arrivando da parte di tutte
le più importanti organizzazioni internazionali…..Si tenga comunque presente
che pro capite il terreno coltivabile è molto limitato: nel 2000 l'area
coltivabile (SAU) nel mondo era pari a 0.11 ettari per persona (fonte FAO) in
gran parte usati per produrre cibo. I veicoli mondiali sono secondo stime del
DoE (Dipartimento dell'energia americano) 700 milioni e consumano molto gasolio
e benzina (si consideri che i veicoli italiani consumano 1 tonnellata all'anno)
ed è probabile che per alimentarle a biodiesel sia necessario coltivare una
buona parte (percentuali a due cifre) dei 0.11 ettari pro capite a piante che
alimenteranno i motori delle auto…..Un tale uso delle risorse agricole
comporterà la presumibile uscita dal mercato alimentare di una parte enorme
della popolazione mondiale e la salita dei prezzi dei terreni coltivabili. La
produzione di cereali e altre materie prime per la sintesi di biocombustibili,
e quella per un consumo alimentare, individuano due prodotti non sostitutivi,
in presenza di una risorsa
scarsa, che è la superficie coltivabile….Molti eminenti
economisti ritengono che la produzione di biocarburanti sia causa di povertà e
fame nel mondo, mentre la produzione di biocarburanti contribuisce alla
crescita delle economie locali e alla ridistribuzione della ricchezza a livello
globale, creando opportunità di lavoro in zone rurali e aiutando i piccoli
agricoltori ad incrementare il loro reddito. Nel mondo c'è una sufficiente
disponibilità di terreno agricolo e semi-arido che a lungo termine può
sostenere una coltivazione di piante con le quali produrre biocarburanti
specialmente laddove i governi si impegnino nell'applicazione di soluzioni
innovative per lo sviluppo sostenibile…..La domanda di biocombustibili ha
indotto un rialzo del 30% del prezzo delle superfici coltivabili in vaste aree
degli Stati Uniti e del Sudamerica, dei vegetali dai quali sono ottenuti, e
dei prodotti
sostitutivi (dal punto di vista
del produttore) quali grano e cereali, la cui offerta e superficie coltivabile
è diminuita in analoga quantità (i biocombustibili sono "coltivabili"
nelle aree dove in precedenza crescevano cereali e grano)….I prezzi dei biocombustibili
crescono per un eccesso di domanda, che registra una crescita esponenziale rispetto
all'offerta mondiale (che, come già prevedeva Malthus per le disponibilità alimentari, segue
una progressione aritmetica).
Invece, il prezzo dei cereali aumenta per un calo dell'offerta, perché i
terreni e le stesse piante sono destinate alla produzione di biocombustibili,
più redditizia per i contadini di una produzione per un consumo alimentare….Il
rialzo della materia prima (grano e cereali) ha causato rincari anche per i
prodotti derivati (30% la pasta, 15%
i dolciumi, pane, e un
aumento del prezzo dei foraggi e della carne)….La coltivazione di cereali destinati alla
sintesi di bioetanolo anziché alla produzione di generi alimentari è una delle
cause del rincaro dei cereali e dei relativi derivati. In Europa e Stati
Uniti i sussidi federali e comunitari per la produzione di bioetanolo sono
maggiori di quelli della produzione di cereali per scopi alimentari. A ciò si
aggiunge il fatto che il bioetanolo sia comunque una coltivazione più
remunerativa….Un calcolo calorico porta a dire che mantenere i veicoli col cibo
umano è dispendioso. Vengono consumate in Italia 39 miliardi di litri/anno di
benzina e di gasolio per l'autotrazione, ogni grammo di olio ha 9 Calorie e un
umano consuma 2500 Calorie al giorno, quindi si può eseguire un semplice
calcolo calorico sulla capacità di sfamare le persone da parte del biodiesel
(olio) che si potrebbe consumare in Italia. Il conteggio porta a più di 300
milioni di umani sfamabili col consumo di biodiesel dei veicoli italiani, si
noti che la popolazione italiana è di quasi 60 milioni….Impatti ambientali Provenendo
da colture agricole, il biocombustibile produce molti meno inquinanti all'atto
della combustione, se paragonato al petrolio. Considerando però
l'intero ciclo di vita, a partire dalla produzione e includendo il trasporto,
il bilancio energetico non sempre è positivo. Ma l'aspetto più critico per
l'ambiente riguarda l'espansione della monocoltura a
scopo energetico in aree non agricole, e ciò vale in particolare per la soia e la palma da olio. L'espansione della monocoltura della soia, alimentata anche dalle
previsioni di crescita del mercato mossa dallo sviluppo dei biocarburanti,
rappresenta un motore nella deforestazione di vaste are
di foresta amazzonica e cerrado. Anche
l'espansione delle piantagioni di palma da olio rappresenta un problema,
evidenziato da associazioni ambientaliste come Greenpeace[ e Friends of the Earth che
sottolineano la conversione a monocoltura di aree ecologicamente importanti
come zone di foresta pluviale o di torbiera. La conversione agricola delle torbiere,
attraverso il prosciugamento e l'ossidazione della torba infatti
provoca importanti emissioni di carbonio: in Indonesia e Papua Nuova Guinea, in
particolare, è pratica comune dare alle fiamme aree di foresta palustre e torbiera subito dopo il
drenaggio, con un conseguente rilevante danno ambientale, ed è stato valutato
che anche in seguito a questo fenomeno l'Indonesia sia diventata il quarto
paese per emissioni di gas serra Anche
in Africa la palma da olio inizia ad espandersi nelle regioni forestali,
minacciando importanti ecosistemi; questo è il caso per esempio della Costa d'Avorio e
dell'Uganda…..I sussidi europei e americani per la
produzione sono più alti di quelli destinati alla produzione di grano per il
consumo alimentare. La produzione di biocombustibiili è già in sé più
redditizia della destinazione ad un uso alimentare, anche in assenza di
sovvenzioni statali. Per via del crescente prezzo del barile di greggio (calo
di offerta) e di una domanda mondiale in forte crescita, diviene competitiva la
produzione di combustibili con tecnologie che sono note da tempo, che portano
ad un costo del litro di combustibile paragonabile con quello della benzina
alla pompa. In precedenza, questa tecnologie non erano diffusa perché era più economico
acquistare il greggio anziché produrre biocombustibili. Il meccanismo di sovvenzioni europee e americane non
contribuiscono a riequilibrare questo trend. Alcuni dati ripresi da WIKINOTIZIE confermano
quanto fin qui detto: L'Africa, da secoli vittima di un sistematico saccheggio delle sue risorse, è
attualmente sottoposta ad un nuovo fenomeno, quello del Neocolonialismo. Le multinazionali
agiscono per conto dei governi, e attuano politiche economiche volte ad
incrementare i guadagni per gli investitori, ma impoverire progressivamente il
territorio, senza alcun riscontro economico per le popolazioni autoctone. La Cina, ad esempio, è molto interessata
all'agricoltura, dato che il suo territorio sta soffrendo pesantemente delle
conseguenze di uno sviluppo aggressivo, che attualmente lascia oltre un terzo
del suolo gravemente vulnerabile agli elementi climatici, preludio della
desertificazione. Le perdite stimate dalle autorità cinesi con l'ultima
indagine in merito, la più grande dal 1949, sono stimate in 4,5 miliardi di
tonnellate di terreno, pari a un centimetro di suolo sull'intera superficie
della nazione. Questo stato delle cose non è tollerabile già nel medio periodo,
tanto che la produzione agricola si stima che crollerà del 40%, provocando
danni economici e ambientali enormi. Si deve ricordare che in Cina il 21% della
popolazione dipende dal 9% della terra arabile. Ma i cinesi non sono i soli a
subire tali dissesti, accentuati dall'aumento della coltivazione cerealicola
destinata agli allevamenti, conseguenza a sua volta della crescita del reddito
medio. E così, senza andare a risolvere quello che per il momento è un problema
senza soluzioni, si studiano palliativi. Per esempio, andare in zone dove i
terreni sono ancora fertili, ma poco sfruttati per mancanza di risorse. In Nigeria la Chongquing
Seed Corporation ha preso in affitto 30.000 ettari di terreno per la
coltivazione del riso, mentre il Mozambico sarebbe in corsa per ben 200.000
ettari nella valle dello Zambesi. I cinesi si stanno espandendo anche in altre
zone dell'Asia, fino ad arrivare in Siberia per la produzione di soia. In Corea del Sud,
la Daewoo ha
deciso di affittare per 99 anni 1,3 milioni di ettari del Madagascar, pari
a circa metà del Belgio.
Questa mossa servirà per scopi alimentari, al fine di produrre in 1 milione di
ettari circa 4 milioni di tonnellate di riso e mais ogni anno, mentre il resto
servirà per produrre 500.000 tonnellate di olio di palma. Innanzitutto, come si
è detto, l'accordo, dalle dimensioni senza precedenti, porterà via una grossa
fetta del territorio alla popolazione malgascia; l'affitto, inoltre, sarà per
ben 99 anni, quindi terminerà nel 2107; ancora, si tratta di circa la metà del
territorio coltivabile dell'isola; e infine, i sudcoreani, per l'occupazione e
lo sfruttamento del territorio (con la produzione prevista di 450 milioni di
tonnellate di sementi) non pagheranno nulla. Infatti, quello che si sono
impegnati a fare è semplicemente la messa a cultura il territorio, ovvero opere
di bonifica della savana e delle foreste presenti, il dissodamento, la semina,
e creazione delle infrastrutture relative. La manodopera non sarà malgascia,
poiché verranno impiegate manovalanze sudafricane e sudcoreane, ed
anche le sementi verranno importate. L'investimento sarà di circa 6 miliardi di
dollari. Il Madagascar non ha risorse per sfruttare appieno il territorio, di
cui solo 2 milioni di ettari su 35 possibili sono sfruttati in termini
agricoli; il resto non lo è affatto o è usato per la pastorizia. L'affare con
gli asiatici non produrrà un risultato né diretto né indiretto per la
popolazione locale; per 99 anni non potranno prendere possesso della terra così
dissodata dai sudcoreani, non ci sarà creazione di posti di lavoro
nell'indotto, non ci saranno compensazioni industriali. Ma questo non esaurisce
il discorso. Anzitutto, il Madagascar è uno degli ultimi luoghi relativamente
incontaminati del mondo (e per questo i sudcoreani lo hanno scelto),
ricchissimo di specie autoctone (per esempio le proscimmie) e questo
mega-progetto distruggerà una gran parte dell'attuale habitat. La biodiversità
non è infatti presa in considerazione in questo tipo di progetti. La monocoltura, inoltre, è oramai ben nota per la dannosità verso i suoli, il clima e
le attività economiche di sussistenza, come la micro-agricoltura. Questo, nel
mentre per il 2050 l'Africa si
prevede il raddoppio della popolazione a due miliardi. La corsa
all'accaparramento delle risorse africane non ha nessuna valenza per le
popolazioni locali, e non ha nessun effetto benefico per l'ambiente e la
biodiversità, anzi tende non solo a distruggerli, ma anche a desertificare e a
inaridire i suoli. Per peggiorare le cose, la Cina ha già cominciato a tagliare
una grossa fetta delle foreste del Congo, una concessione enorme di superficie quasi
pari a quella malgascia, che doveva essere tagliata entro 20 anni, ma che sta
venendo rapidamente consumata. Questo ovviamente impedisce alla foresta di
ricrescere e ripianare la perdita, mentre gli elementi e minerali normalmente
riutilizzati nel ciclo vitale sono trasportati via e lasciano l'ambiente e il
suolo impoveriti, e alla mercé delle piogge tropicali che ne causano il
dilavamento. Ma oramai il dato è tratto, e anche l'Angola, che
sfrutta solo il 10% del suo territorio sta invitando gli stranieri ad occupare
il suo territorio. La britannica Lorho vorrebbe superare i
sudcoreani, arrivando ad affittare 2 milioni di ettari di terreni. L'Africa, il
continente più povero, ha anche la maggior superficie coltivabile e la maggior
parte delle risorse non ancora sfruttate, governi deboli, poveri o corrotti.
Come ampiamente prevedibile, questi accordi sono fatti in maniera tale da non consentire
alcun beneficio per le popolazioni indigene né per l'ambiente. In tal senso si
è espresso anche Jacques Diouf, presidente della FAO, che
ha denunciato giorni fa i rischi che le nazioni povere possano subire se
verranno usate per produrre cibo per le nazioni ricche a spese dei loro stessi
cittadini. Quanto fin qui detto non
riguarda solo la superfice terrestre ma va esteso anche ai mari. La ricerca di
cibo da parte dei paesi industrializzati non risparmia le risorse ittiche della
Terra. Sul quotidiano economico “Il Sole
24 Ore” del 19 giugno 2013 in un articoletto dal titolo “ La fame cinese spinge
al record i prezzi di pesce e molluschi” si legge : Non solo cereali, soia e carni. Adesso anche il pesce è entrato di
prepotenza nella lista dello shopping internazionale cinese. E l’emergere di
Pechino come uno dei maggiori importatori mondiali di prodotti ittici –
comprese le varietà più pregiate, come il tonno, il salmone e le ostriche – è
una delle principali cause all’origine del rialzo dei prezzi , che secondo la
FAO sono arrivati ai massimi storici. Quanto fin qui detto ci rivela
che la principale causa della fame del
mondo è l’avidità dei Paesi industrializzati a danno dei Paesi più deboli, le
cui popolazioni vengono espropriate della terra e delle acque sia fluviali che
marine. La soluzione per debellare fame e miseria è favorire la piccola
proprietà terriera e la pesca locale, l’agricoltura sostenibile, varia e
variata di prodotti locali e lo sfruttamento idrico non inquinante e intensivo.
La situazione, invece, evolve in direzione contraria alla soluzione proposta.
Il risultato, se non ci sarà un’inversione di tendenza, sarà che le popolazioni
di quei Paesi che hanno perso la terra ed il controllo delle loro risorse
idriche e marine sono destinate a scomparire, come sono scoparsi gli indiani
d’America, gli aborigeni australiani che
prima hanno perso la terra e poi hanno subito il genocidio riducendosi ad uno
sparuto numero di sopravvissuti in riserve “indiane” come fossili viventi di
razze scomparse dalla faccia della Terra.
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