SEMPRE ATTUALE: OGGI E’ IL FUTURO, L’APOCALISSE E’
OGGI
( Già
“AVVERTENZE PER IL TERZO MILLENNIO” scritte nel dicembre 2001 aggiornate nel
dicembre 2007e successivamente nel novembre 2010 ANCORA OGGI NEL 2016 VALIDE, ATTUALI, PROFETICHE)
a) I kamikaze giapponesi -Il suicidio come omicidio
assoluto
La sera di domenica 10 settembre
2001 la trascorsi dinanzi alla tivù a guardare, sulla Terza rete della
Rai, la
Grande storia in prima serata. Il
programma era dedicato ai kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.
Sullo schermo sfilavano le immagini di aeroplani, giocattolini per bimbi se
paragonati agli attuali, che si andavano a schiantare contro navi e portaerei
degli americani, impreparati a fronteggiare attacchi suicidi. Era imprevedibile
che il nemico potesse combattere suicidandosi. Gli americani ne furono
sconcertati. Pensarono che, contro un nemico che mostrava di non tenere in
alcun conto la propria vita, tutto era permesso, anche l’uso della bomba
atomica. Infatti non si sbagliavano. L’uso dei kamikaze dimostrava che la
guerra era considerata “totale” senza né
vinti né vincitori per mancanza di sopravvissuti. Il suicidio è un fenomeno di
autodistruzione attuato quando non vi è altro modo per l’affermazione di se
stessi e non si ha altro mezzo per uccidere il proprio nemico. Il suicidio non
è altro che un omicidio compiuto su se stessi non potendo uccidere l’altro in
diverso modo; soddisfa un bisogno di autoaffermazione paranoico perché la morte
non può certo considerarsi come realizzazione di se stessi. Nel caso del
kamikaze il suicidio si connota, quindi, come omicidio assoluto in quanto
rivolto contro il mondo intero. Infatti il kamikaze uccide uccidendosi per non
lasciare sopravvissuti. E’ l’atto di chi non crede più al mondo. Il kamikaze si
appaga di una paranoica giustizia del taglione, morte mia con morte tua, che
non prevede sopravvissuti. Un comportamento del genere tradisce una concezione
della vita umana incompatibile con l’era nucleare. Pertanto un popolo che utilizza
l’arma dei kamikaze nel caso si trovasse ad avere la disponibilità di
una “bomba atomica” dimostra di essere pronto ad usarla anche a costo della
propria autodistruzione nel caso non riuscisse a eliminare il proprio nemico in
altro modo e vedesse esclusa la possibilità di autorealizzarsi in un mondo che
non accetta come proprio. Diventa, quindi, comprensibile che L’Amministrazione
statunitense non abbia escluso che possa essere utilizzata anche nei confronti
degli “Stati canaglia”, se necessario.
b) I kamikaze islamici
Non immaginavo che l’indomani
sullo schermo del p.c. collegato ad
internet, quasi in diretta, avrei rivisto la stessa scena di attacco
aereo kamikaze ma ambientata nel cielo
di New York con le Torri gemelle del World Trade Center al posto delle portaerei e due Boeing 767
delle American Airlines che vi si dirigono contro a tutta velocità. Dopo circa
un’ora i due grattacieli alti quattrocento metri erano ridotti ad un polveroso
e fumante cumulo di macerie. Il numero delle vittime, appartenenti a 80 nazioni
diverse, liquefatte dalle fiamme o finite polverizzate e maciullate nel crollo,
quarantamila, cinquantamila, non si saprà mai. Quelle torri, il più grande
centro finanziario del mondo, simbolo della globalizzazione, non esistevano
più. Al loro posto vi erano macerie inquinanti alte sei piani. Erano state
progettate da un architetto americano di origine giapponese, Minoru Yamasaki.
Dal Giappone sia l’uomo che le aveva costruite sia la “tecnica” con cui erano
state abbattute. In verità, l’idea non è stata originale, già il 28 luglio 1945
un bombardiere bimotore B-25 era finito contro un grattacielo a Manhattan, l’Empire
State Building. In quel caso i morti furono “appena” 14 e i feriti 25 .
Dopo tre mesi di lavoro il “buco” fatto dall’aereo fu riparato. Il famoso
grattacielo tornò come prima.
c) La vulnerabilità della
nazione invulnerabile
E’ bastata un’ora
per cambiare la faccia della Terra e la sicurezza di una nazione
nell’inviolabilità del suo territorio. Il profilo di New York con quelle Torri
svettanti apparteneva ormai al genere umano, era patrimonio dell’umanità, come
le piramidi, la torre Eiffel, il Colosseo, la basilica di San Pietro. Il mondo
da quel momento non era più lo stesso, non sarà mai più quello di un’ora prima.
La sensazione di vivere nel migliore dei mondi possibili non c’era più. Quel
crollo aveva dimostrato la fragilità delle conquiste umane. Era iniziato il
Terzo Millennio. Nulla di nuovo sotto il sole. Gli esseri umani continuano a
combattersi per i loro interessi materiali né più né meno che al tempo dell’età
della pietra. La differenza sta nel mezzo con cui si uccide. Oggi il cranio
dell’avversario non viene spaccato soltanto con un colpo di clava o da una
pietra. Alle armi primordiali se ne sono aggiunte altre di
sofisticatissima tecnologia. Il
risultato alla fine non cambia. Per chi viene ucciso non fa molta differenza il
modo. Il morto vive la sua personale fine del mondo, la sua ineluttabile Apocalisse e si trova a fare i conti con
l’eternità.
d) Sembriamo americani ma siamo tutti israeliani
Una istintiva
solidarietà fa proclamare dai media occidentali: siamo tutti americani. Nei campi profughi del sud del Libano, i
palestinesi, alla notizia dell’ecatombe newyorkese, si lasciano andare a
manifestazioni di giubilo così come il pubblico in uno stadio della Turchia.
Anche la guerra ha le sue opposte tifoserie. Nei giorni seguenti appariva
chiaro che, se nel dolore in Occidente si è tutti americani, riguardo alla vita di tutti i giorni si diventava tutti israeliani. Questi son cinquant’anni che
convivono col terrorismo. Il conflitto mediorientale, dal giorno
dell’attentato, è come se si fosse esteso al mondo intero. Un tempo si parlava
di “brasilizzazione” della società ora è più giusto dire “palestinizzazione”.
Rivolte come quella nelle banlieue
in Francia dell’autunno 2005 ci dicono che i “campi palestinesi” esistono anche
all’interno delle nostre città. L’abolizione delle frontiere con i paesi
europei che erano al di là dell’ <<ex-cortina di ferro sovietica>>
porterà altri “palestinesi” nelle metropoli dell’Europa occidentale intorpidita
da un benessere sempre più precario. Tutto il globo si avvia a diventare uno
sconfinato Israele esposto agli attacchi terroristici di un fondamentalismo il
cui obiettivo sembra essere il controllo dei destini dell’umanità ma, sotto
sotto, ci sono le solite “banali” questioni d’interesse e di potere. Umberto
Galimberti nell’articolo su La
Repubblica, 25 settembre 2001, dal titolo Quando Dio arma gli eserciti lucidamente mette in evidenza che: Israeliani e palestinesi, nel loro piccolo,
ci hanno già raccontato il futuro. Un esercito tra i più attrezzati del mondo e
una povertà tra le più disperate del mondo da cinquant’anni sono l’uno nelle
mani dell’altro. Se questo decidiamo sia il nostro futuro, non abbiamo che da
seguire passivamente la storia. A Galimberti, però, sfugge la dimensione
“spirituale” della faccenda e questo gli impedisce di vedere l’altra guerra in
svolgimento, la guerra divina. E’ la
cecità della visione laica della Storia.
Una istintiva
solidarietà fa proclamare dai media occidentali: siamo tutti americani. Nei campi profughi del sud del Libano, i
palestinesi, alla notizia dell’ecatombe newyorkese, si lasciano andare a
manifestazioni di giubilo così come il pubblico in uno stadio della Turchia.
Anche la guerra ha le sue opposte tifoserie. Nei giorni seguenti appariva
chiaro che, se nel dolore in Occidente si è tutti americani, riguardo alla vita di tutti i giorni si diventava tutti israeliani. Questi son cinquant’anni che
convivono col terrorismo. Il conflitto mediorientale, dal giorno
dell’attentato, è come se si fosse esteso al mondo intero. Un tempo si parlava
di “brasilizzazione” della società ora è più giusto dire “palestinizzazione”.
Rivolte come quella nelle banlieue
in Francia dell’autunno 2005 ci dicono che i “campi palestinesi” esistono anche
all’interno delle nostre città. L’abolizione delle frontiere con i paesi
europei che erano al di là dell’ <<ex-cortina di ferro sovietica>>
porterà altri “palestinesi” nelle metropoli dell’Europa occidentale intorpidita
da un benessere sempre più precario. Tutto il globo si avvia a diventare uno
sconfinato Israele esposto agli attacchi terroristici di un fondamentalismo il
cui obiettivo sembra essere il controllo dei destini dell’umanità ma, sotto
sotto, ci sono le solite “banali” questioni d’interesse e di potere. Umberto
Galimberti nell’articolo su La
Repubblica, 25 settembre 2001, dal titolo Quando Dio arma gli eserciti lucidamente mette in evidenza che: Israeliani e palestinesi, nel loro piccolo,
ci hanno già raccontato il futuro. Un esercito tra i più attrezzati del mondo e
una povertà tra le più disperate del mondo da cinquant’anni sono l’uno nelle
mani dell’altro. Se questo decidiamo sia il nostro futuro, non abbiamo che da
seguire passivamente la storia. A Galimberti, però, sfugge la dimensione
“spirituale” della faccenda e questo gli impedisce di vedere l’altra guerra in
svolgimento, la guerra divina. E’ la
cecità della visione laica della Storia.
e) La rabbia e l’orgoglio
Oriana Fallaci dal
suo ritiro newyorkese a quattro isolati dal luogo della tragedia rompe un lungo
silenzio stampa e dalla colonne del Corriere
della Sera del 29 settembre in un articolo dal titolo La rabbia e l’orgoglio tuona contro l’Islam: Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si
difende, se non si combatte, la jihad vincerà. Tradotto in parole povere,
il petrolio ci costerà molto di più e il tenore di vita di tutti noi si potrà
abbassare di parecchio, se questi musulmani l’avranno vinta. Ma una grande
giornalista non può buttare la questione del contendere su un piano così terra
terra, deve fornire grandi ideali alle masse, fornire alla morte dei motivi più
nobili delle mere questioni di interesse.
Non può dire che i due “capintesta”
che si fronteggiano l’un contro l’altro armati, Bush e Bin Laden, di
mestiere nella vita privata fanno i petrolieri o appartengono a famiglie di
petrolieri che negli anni 70’ e 80’ sono state anche in affari tra loro.
L’Afghanistan, con i suoi sei confini, è un paese-perno nel Grande Oriente
petrolifero. La striscia di territorio afgano, nel parte Nord del paese, tra il
Pakistan e il Tagikistan è un corridoio vitale sulle rotte del petrolio, del gas
e delle risorse energetiche dell’Asia centrale. Per coprire la contesa sull’oro
nero si scomodano addirittura le Civiltà con la C “maiuscola”. Vengono
sbandierati i soliti paroloni, utilizzati da sempre per coprire le fiamme delle
guerre. I ricchi devono pur trovare gente disponibile a farsi ammazzare per
loro. Il miglior mezzo di convinzione, tra l’altro a buon mercato, ripagato con
qualche luccicante medaglia appesa a un nastrino multicolore, è quello fornito
dal repertorio dei cosiddetti “Grandi Ideali”: Libertà, Democrazia, Patria, Civiltà, Islam ecc.. Fino a quando ci
saranno poveri disposti a farsi ammazzare per difendere le ragioni dei ricchi
le guerre non mancheranno mai. Presi singolarmente siamo tutti poveri ma questa
consapevolezza manca in chi si sente “ricco” e fino alla morte si mobilita per
difendere il “suo” Grande Ideale. Una
delle vere ragioni dell’attuale “guerra
globale al terrorismo” è che i
combustibili fossili, tra cui il petrolio, si stanno esaurendo. Si prospettano
le conseguenze descritte nel già citato libro “Collasso – Sopravvivere alle
attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato” di
James Howard Kunstler. La guerra in atto
deciderà quali sono i popoli a dover scivolare per primi nel “medioevo prossimo
venturo”.
f) La forbice di Dio E’ da considerare,
comunque, che l’Islam, sin dal suo sorgere nel 622, ha svolto il ruolo storico
di forbice
di Dio. Cristo lo ha usato in passato per potare la sua “vite”, come nella
omonima parabola evangelica, dei tralci secchi della Cristianità. Esempio
storico più evidente è dato dalla definitiva cancellazione dell’Impero
bizantino, nemico della Chiesa cattolica apostolica, ad opera degli eserciti
musulmani. Ne parleremo dettagliatamente nella seconda parte di questo libro: L’intelligenza segreta. Gli islamici
tirati in ballo come autori dell’attentato di New York per parte loro
smentiscono; l’arte della simulazione è tenuta in gran conto nel mondo arabo,
mentire al nemico non è né scorretto né sleale, si sa che in guerra e in amore
tutto è permesso. Yeslam Bin Laden, fratello di Osama indicato come
organizzatore degli attentati, consegna a Panorama
( 11/10/2001) una lettera di cordoglio per le stragi dell’11 settembre: La vita è sacra e condanno qualsiasi assassinio
e qualsiasi attentato contro la libertà ed i valori umani. Su Libero
del 20 settembre si legge: La stampa
tunisina: Israele già sapeva dell’attacco in USA …secondo l’emittente tv ( Al
Manar ndr) quattromila ebrei americani e israeliani che lavoravano negli uffici
del World Trade Center non si sono presentati al lavoro il giorno
dell’attentato perché “avvertiti in anticipo” degli attacchi dal servizio
segreto israeliano Mossad. Lo sceicco Ahmed Yassin, alleato di Bin Laden,
in un’intervista pubblicata su Panorama in
data 04.10.2001, osserva che: Per
individuare i responsabili ( degli attentati dell’11 settembre) bisogna chiedersi a chi fanno comodo: a
Israele o al mondo arabo? Certamente non ai palestinesi. Il movimento islamico
è sempre più forte e questo non piace ai sionisti e alle loro lobby negli USA.
E alla domanda dell’intervistatore: “ Vuole dire che dietro gli attentati ci
sarebbero il Mossad e il governo d’Israele?” Lo sceicco risponde: Ci sono molte probabilità che sia davvero
così. La tesi che dubita che
l’attentato dell’11 settembre sia attribuibile a Osama Bin Laden è esposta in
maniera esauriente nel libro “ 11 settembre: Colpo di Stato in USA” di Maurizio
Blondet ( Milano 2002 Effedieffe Edizioni) .
g) Il sette ottobre 2001
( Nel marzo 2003
gli USA, affiancati dalla Gran Bretagna, danno inizio all’operazione “Libertà
per l’Iraq” e bombardano Bagdad che sarà conquistata un mese dopo. Questa
occupazione, sostanzialmente, non offre alcun elemento per modificare quanto
scrivemmo nel 2001 a proposito dell’intervento in Afganistan. Non si poteva
lasciare nelle mani del dittatore Saddam Hussein il controllo dei ricchissimi
pozzi petroliferi iracheni.) Il sette
ottobre, anniversario della battaglia di Lepanto, festa della regina delle
Vittorie, gli americani danno inizio ai bombardamenti in Afghanistan. Si avvia
l’operazione bellica che con linguaggio biblico lo stesso Bush aveva annunciato
come Giustizia infinita. In serata le
televisioni di tutto il mondo hanno ripreso
dall’emittente araba Al Jazeera le immagini di Bin Laden
apparso per compiacersi degli attentati negli USA ma senza rivendicarli. Non ci
si poteva aspettare altro. Lo stile è quello mafioso. La mafia, infatti, non
rivendica mai i suoi crimini. Bin Laden non spreca l’occasione per inutili
rivendicazioni ma proclama la “guerra santa” contro gli americani e i suoi
alleati. E’ chiaro il suo intendimento: accreditarsi verso la “nazione”
islamica, più di un miliardo di persone, come guida contro i suoi nemici. La
posta in gioco è evidente: compattare il mondo islamico per farne una
potenza da contrapporre a quella
occidentale rappresentata oggi dagli Stati Uniti d’America. In parole povere
Osama Bin Laden cerca di convincere un miliardo di persone a combattere per lui
senza averne alcuna legittimazione in quanto, non essendo un amir cioè un califfo ( successore di
Maometto), non ha alcun titolo né a proclamare la jihad ( guerra santa) né a guidare la umma ( la nazione dei credenti). Alla legittimazione divina,
astutamente, tenta di sostituire quella democratica, dal basso, delle masse
islamiche. Quella tentata dallo sceicco Osama bin Laden è una sorta di
Rivoluzione francese, di 1789, dell’Ancien
Regime delle monarchie arabe e
saudite. Un astuto spot di promozione personale preconfezionato ad arte prima
dell’attacco e gratuitamente diffuso da tutte le emittenti televisive del
mondo, propaga il suo verbo rivoluzionario. Dovendolo pagare, miliardi.
L’ineffabile sceicco riesce ad averlo gratis. Dimostra ancora una volta di
saper combattere utilizzando i mezzi del nemico, senza metterci quasi niente di
suo se non qualche kamikaze. Si dice che sia stata la CIA ad istruirlo
nell’arte militare e ad armare gli sgherri che lo nascondono e lo proteggono.
Quella stessa CIA che armò con i missili Stinger,
ora puntati contro gli aerei USA, i
talebani ai tempi della occupazione sovietica dell’Afghanistan e che ora riceve dal Governo americano uno
stanziamento di mille miliardi di lire per catturare Bin Laden vivo o morto.
Sembra di rivedere quei vecchi film western ove i bianchi vendevano di nascosto
ai pellerossa le armi che questi usavano per assaltare i ranch dei visi pallidi e per combattere le giubbe
blu del Settimo cavalleggeri guidate all’assalto dal solito John Wayne.
h) Tutti ebrei tutti palestinesi
Fatto sta che la
popolazione mondiale rischia, volente o nolente, come già detto, di dividersi
in ebrei e palestinesi. Per vedere il nostro futuro basta guardare come vivono
questi due popoli, in perenne conflitto. Nel cosiddetto Occidente la
prospettiva è di vivere accerchiati come i coloni ebrei nei territori occupati
paventando attentati con bombe nucleari “tascabili” o a base di armi chimiche e
batteriologiche. Sta di fatto che gli attentati dell’11 settembre hanno portato
allo scoperto ed esteso al mondo intero una guerra fino ad ora contenuta in
zone limitate del pianeta che ha come obiettivo l’instaurarsi di un nuovo ordine mondiale necessario dopo lo
sfaldamento dell’Impero sovietico.
i) La militarizzazione della società. Guerra globale - Stato globale.
Cominciano a
volare le parole con la maiuscola tipiche dei tempi di guerra, Libertà,
Civiltà, Giustizia, utilizzate secondo la bisogna a giustificare qualsiasi
“necessario” intervento per riportare ordine pacifico nel mondo. Gli Stati si
ricompattano dentro le frontiere e il filo spinato torna ad essere srotolato
lungo i confini. E’ prevedibile una
militarizzazione della società come nelle epoche più buie della storia umana.
Angelo Panebianco, sul Corriere della
Sera ( 17 ottobre 2001), in un
articolo intitolato Il ritorno dello
Stato, in guerra e in pace, dal sottotitolo Nell’era globale sembrava destinato a scomparire, ma l’11 settembre ha
cambiato qualcosa, riporta una citazione del politologo americano Charles
Tilly:<< La guerra fece lo Stato, lo Stato fece la guerra.>> e da
questa evidentemente trae lo spunto per osservare che:…Ma la globalizzazione era l’indiziato principale nelle inchieste sulla
<<fine>> dello Stato. Se la globalizzazione arretra o ristagna,
allora lo Stato torna a svolgere un ruolo politico di primo piano. La causa di
ciò è proprio la guerra. Cinquanta e passa anni di pace hanno fatto credere a
molti, in Europa, che lo Stato sia, essenzialmente, un erogatore di servizi, si
tratti di pensioni, scuola o sicurezza interna. Non è così. Lo Stato, nella sua
vera essenza, è una macchina da guerra. Lo Stato nasce, sulle ceneri
dell’anarchia feudale, dalla guerra. Ed è la guerra che lo fa diventare, nei
secoli, una grande organizzazione burocratica.
In Europa, terra che gli dà i natali, lo Stato sbaraglia, in una lunga
competizione (armata) di tipo darwiniano, ogni altro genere di organizzazione
politica, proprio perché si rivela la macchina da guerra più efficiente.[…] Con
la guerra scatenata dall’islamismo radicale lo Stato è immediatamente tornato
ad occupare l’intera scena. Gli Stati Uniti hanno dato vita a una coalizione
antiterrorismo, ovviamente tutta composta di Stati. […] Lo stesso terrorismo,
nonostante la sua pretesa di agire in nome della <<umma>>, la comunità
dei credenti, ha in realtà di mira la conquista di alcuni Stati, Arabia Saudita
in testa. E, per giunta, anche nell’epoca che era stata troppo facilmente
definita post-statale e <<transnazionale>> da una certa vulgata
sociologica, il terrorismo mostra di poter vivere solo finché può contare sulla
complicità di certi Stati. […] La
dimensione dello Stato adeguata per combattere le guerre, naturalmente, varia
al variare delle condizioni tecnologiche, politiche, economiche. Se la sfida
bellica in corso dovesse durare anni ( e purtroppo nulla fa pensare che non sia
così), persino ciò che gli addetti ai lavori hanno fin qui ritenuto assai
improbabile, ossia un conferimento parziale, ma comunque significativo, di vera
<<statualità>> all’Unione Europea, potrebbe, nel volger di poco
tempo, realizzarsi. Mai nella storia sistemi statali federali sono nati senza
lo stimolo di qualche tremenda minaccia militare. Lo Stato che alla fine
verrà prodotto da questa guerra senza confini e senza frontiere, sarà uno Stato
profondamente diverso da come lo abbiamo conosciuto fino ad ora. Uno Stato
senza un proprio territorio ma che ha un unico territorio: il mondo. Questo è
definito nella sua estensione dalle esigenze, principalmente, di difesa, e si
estende fino a dove possono arrivare i suoi interessi economici. Il popolo di
questo Stato non sarà solo quello all’interno dei suoi confini, questi, di
fatto, sono mobili, ma quello di volta in volta legittimato come tale dallo
Stato stesso. Infatti non è più il popolo a fare lo Stato ma viceversa. La
guerra avviata a seguito dei fatti terroristici dell’11 settembre somiglia
molto a quelle della Roma imperiale degli ultimi Cesari. L’Impero anche allora
aveva confini fluttuanti. La romanitas era
l’unico modello di civiltà consentito e tutto quanto non era ricompreso
nell’Impero era barbaro. Anche gli dei dovevano adeguarsi a questo principio.
Il cristianesimo che lo rifiutò fu considerato infiltrazione barbara,
religione, destabilizzante e ribelle, contro l’ordine costituito e come tale
venne perseguitata. L’obiettivo della guerra imperiale, allora, e globale,
oggi, sostanzialmente è identico: eliminare la “barbarie” cioè quanto e quanti
non si riconosco nel modello di civiltà imperiale, allora, globale, oggi. La
condizione di “barbaro” si perde solo se e quando, anche, la propria diversità
è vissuta all’interno dell’<<Impero>> . L’obiettivo della guerra
globale non è più la conquista territoriale ma il controllo del sistema
tecnologico, economico e finanziario imposto al mondo intero o con la forza o
con il consenso. Questo non è altro che l’instaurarsi di quello che abbiamo
definito l’Impero Mondiale Servile (Le
sue caratteristiche verranno descritte nella Seconda Parte di questo libro). Gli Usa si propongono in tutto questo
come Stato che legittima tutti gli altri Stati a far parte dell’Impero, nella
funzione di fonte internazionale della sovranità per i governanti di tutti gli
altri Paesi. Il Governo che venisse delegittimato dagli Usa non ha più titolo
ad esercitare il potere, diventa automaticamente illegittimo, perciò stesso
antidemocratico, contrario all’ordine costituito mondiale di cui la
superpotenza statunitense si fa garante. Il presidente degli Usa, già oggi, nei
confronti dei governanti degli altri Paesi del resto del mondo, svolge
informalmente la funzione legittimante simile a quella che nel Medioevo fu
svolta dal Papato, assiso fra i simboli imperiali romani, come garante
dell’origine divina del potere dei monarchi dell’epoca sui rispettivi popoli.
Ieri la legittimazione papale veniva accordata previa un’analisi di conformità
istituzionale alla dottrina cattolica. Oggi il gradimento statunitense è
subordinato ad una verifica sulla democraticità
dell’ordinamento, di fatto secondo gli interessi americani. Se fino al
1989 questo potere “imperiale” era spartito con l’Unione Sovietica oggi è
monopolio della sola superpotenza statunitense. La guerra in atto serve a
sancire tale situazione di fronte a tutti i popoli della Terra. Come verrà
combattuta la guerra per l’instaurazione dell’Impero
Mondiale Servile, lo si può leggere su L’Espresso
dell’11 ottobre 2001, sotto il titolo Con
i missili e con il computer, è detto esplicitamente da Donald H. Rumsfeld,
Segretario alla Difesa Usa: Questa sarà
una guerra diversa da tutte le altre finora combattute dall’America. Non si
tratterà di formare una grande alleanza unita per sconfiggere un’asse di
potenze ostili, ma di creare paesi, che possono cambiare ed evolvere.Le varie
nazioni coinvolte avranno funzioni e ruoli diversi. Alcune forniranno un
sostegno diplomatico, altre finanziario, altre ancora, logistico o militare.
Alcune ci aiuteranno pubblicamente, altre
invece, date le loro particolari circostanze, in modo riservato e
segreto. In questa guerra sarà la missione da compiere a definire la
coalizione, non il contrario. I paesi che consideriamo amici potranno aiutarci
attivamente o passivamente, mentre altre azioni che intraprenderemo potranno
dipendere dal coinvolgimento di Paesi che abbiamo considerato invece meno che
amici. In questo contesto,la decisione degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia
saudita, amici degli Stati Uniti, di rompere i rapporti con i talebani è un
primo importante successo, ma ciò non significa che parteciperanno ad ogni
azione da noi concepita. Questa non
sarà necessariamente una guerra in cui studieremo attentamente gli obiettivi
militari e quali forze impiegare per raggiungerli. Le armi saranno soltanto uno
degli strumenti che utilizzeremo per fermare individui, gruppi e nazioni che
ricorrono al terrorismo. La nostra risposta potrà prevedere il lancio di
missili Cruise contro bersagli militari in qualche parte del mondo. Ma già
stiamo combattendo una guerra elettronica per individuare e bloccare
investimenti di capitali che si spostano attraverso centri finanziari esteri.
Le uniformi di questo conflitto non saranno soltanto le tute mimetiche, ma
sicuramente anche le grisaglie dei funzionari di banca e gli abiti trasandati
dei programmatori. Questa non è una guerra contro un singolo individuo, un
gruppo, una religione o un paese. Il nostro nemico è una rete internazionale di
organizzazioni terroristiche e di Stati che le proteggono, che impedisce agli
uomini liberi di vivere come meglio credono. Pur contemplando azioni contro
governi stranieri che favoriscono il terrorismo, possiamo anche stringere
alleanze con i popoli che questi opprimono. Persino il vocabolario di questa
guerra sarà diverso. Quando parliamo di “invasione del territorio nemico” ,
possiamo intendere anche l’invasione del suo cyberspazio. Non si tratta
soltanto di lanciare teste di ponte ma anche di restringere i movimenti
dell’avversario. Non dobbiamo pensare
a strategie risolutive rapide, bensì prepararci a sostenere uno sforzo
prolungato senza scadenze. Non abbiamo regole rigide sul dispiegamento delle
nostre truppe, ma dovremo invece adottare dei criteri per stabilire se la forza
militare sia o meno il modo migliore di raggiungere un determinato obiettivo.
L’opinione pubblica può assistere a grandi mobilitazioni che non portano ad
alcuna vittoria, o può non essere a conoscenza di altre azioni che invece
producono grandi successi. Molte “battaglie” verranno combattute da funzionari
di dogana che fermeranno persone sospette ai nostri confini e da diplomatici
che otterranno una cooperazione nella lotta contro il riciclaggio di denaro
sporco. Ma anche se questo è un diverso tipo di guerra, una cosa tuttavia non
cambia: gli Stati Uniti restano indomabili. La nostra vittoria dipenderà dalla
capacità degli americani di vivere la loro vita ogni giorno, andare al lavoro,
allevare i figli e fare progetti per il futuro come ha sempre fatto questo
popolo libero e coraggioso. ( traduzione di Mario Baccianini) Mancano
solo gli <<uomini in nero>>, i MIB, i Men in Black, protagonisti
dell’omonimo film di fantascienza di Barry Sonnenfeld, girato negli USA nel
1997. Questi, nel film sopra citato, hanno il compito di controllare,
segretamente, gli extraterrestri infiltratisi sotto sembianze umane fra la
popolazione mondiale. Nel numero dell’Espresso del 3 gennaio 2008, in un
articolo, intitolato “Desiderio di stelle e strisce” , a firma di Moises Naim
,direttore di “Foreign Policy” ,( traduzione di Anna Bissanti) si riscontra che
il ruolo “imperiale” degli Stati Uniti sta evolvendo dalla fase dell’intervento
“armato” a quello, di fatto, “governativo”. Come dicevamo, questo ricalca la
strategia imperiale dell’Impero romano. Dalla fase “hard”, attuata se
necessario anche con le armi, si passa a quella “soft” , l’instaurazione,
attraverso la costruzione, con i mezzi di persuasione di massa, del consenso
popolare, di un governo di “civiltà”. L’America è la superpotenza che sa
farsi promotrice di iniziative internazionali innovative per affrontare le
grandi sfide globali della nostra epoca, quali il cambiamento del clima, la proliferazione
nucleare,il fondamentalismo islamico radicale e la criminalità.....Un
esponente di primo piano del Governo americano ha dichiarato che <<Il
successo consisterà sempre meno nell’imporre la propria volontà, e sempre più
nel saper plasmare il comportamento di alleati, avversari e, più importante
ancora, delle popolazioni di entrambi...Dobbiamo affrettarci a migliorare e
incrementare sostanzialmente le spese legate al perfezionamento degli strumenti
civili che garantiscono la sicurezza nazionale: la diplomazia, le comunicazioni
strategiche,l’assistenza ai Paesi stranieri, l’azione civile, la ricostruzione
e lo sviluppo economico>> ( dall’articolo sopra citato di Moises Naim). Tutto questo l’America non lo farà
“gratis” , neppure lo si può pretendere, ma
come si legge nel citato articolo ....l’alternativa alla passività o
alla negligenza americana ha un costo molto più alto, equivarrebbe a vivere in
un vuoto anarchico, o peggio ancora in un mondo nel quale i vuoti sono riempiti
in maniera incompleta o ancor più maldestramente dai regimi autocratici della
Russia e della Cina, o ancora riempiti senza vigore dalla spesso impreparata
Europa. Nel mondo, da quando si è instaurata la civiltà, basata su regole
giuridiche, inaugurata dall’Impero romano, non si è potuto più fare a meno di
una potenza imperiale che assicurasse l’ordine e la giustizia, non solo tra gli
uomini ma anche tra i popoli. Il Governo mondiale è una necessità.
Proprio questo rende indispensabile stabilire nel nome di quali valori di giustizia
esso deve essere attuato. Quelli voluti dagli americani, dagli islamici, dai
buddisti, dai laici, dai cattolici, eccetera, eccetera.? Su questo terreno si
gioca la partita della civiltà e della pace, si decide il destino stesso del
genere umano cioè l’esito della Guerra divina.
l) La guerra senza nemico
(Anche questa parte, nonostante
sia stata scritta nel 2001, è ancora attuale.Le stragi di cristiani in tutto il
mondo continuano. Oggi sul “soglio di Pietro” c’è il cardinale Joseph
Ratzinger, Papa Benedetto XVI. E’ succeduto a papa Wojtyla che i “papa-boys”,
appena morto nell’aprile 2005, proclamano “subito santo” a dimostrazione che,
per quanto diremo, il giudizio del popolo è sempre fallace in fatto di santità.
Il Papa attuale lascia ben sperare. Infatti, a partire dal 14 settembre 2007,
con il Motu proprio “Summorum Pontificium” del luglio 2007, ha
ristabilito nei suoi diritti la “messa di sempre”, quella “tridentina”. Con il
ripristino della Messa Romana, codificata in eterno dal Missale Romanum, promulgato da San Pio V e in uso secondo
l’edizione di San Pio X ,finisce la pena, inflitta, ai cattolici nel 1969, da
Paolo VI che varò il Novus Ordo Missae
e dispose l’ adozione “ordinaria” di quella “nuova messa
postconciliare”, definita “bastarda e luterana”, con illuminato giudizio
teologico e dottrinario, da mons. Lefebvre, fondatore della Fraternità S.Pio
X ) Beniamino Franklin, uno dei padri fondatori degli USA, disse: Non ci sono mai state una buona guerra o una
cattiva pace. L’ammonimento risulta oggi inutilizzabile; non si sa bene
contro chi fare la guerra e di conseguenza con chi fare la pace; un nemico è
necessario sia per l’una che per l’altra. Questa è la paradossale situazione in
cui si trova l’Europa coinvolta in una guerra “senza nemico”. Ma è proprio
così? La Storia insegna che quando l’Impero
ha bisogno di una guerra per i suoi scopi
non esita a suscitare il nemico più adatto al raggiungimento dei suoi
fini. L’Impero è capace di combattere
se stesso come un organismo combatte i propri microbi; mai come nella guerra in
atto è vera la definizione marinettiana e futurista di guerra come igiene del mondo. Il Papa, “istituzionalmente” preposto a risolvere il problema indicando
dove è il Male, come è avvenuto nelle epoche passate, non riesce ad assolvere
il compito. (n.d.r. : Questa parte è stata scritta durante il pontificato di
Giovanni Paolo II) . Mostra di non tener conto della condanna contenuta nel
Terzo Libro dell’Apocalisse, vv.15-16:
Ti conosco attraverso le tue opere, non
sei né caldo né freddo; fossi stato freddo o caldo! Ma poiché sei stato tiepido
cioè né caldo né freddo, ti vomiterò dalla mia bocca. La Chiesa dai tempi
del Concilione ha proclamato che non
vi sono nemici e se per caso vi fossero sono da amare. Come cristiano nulla in
contrario, se è nello spirito con cui lo raccomanda San Paolo: State attenti che nessuno renda ad un altro
male per male, ma cercate sempre il bene tanto fra voi che verso tutti. Siate
sempre allegri, pregate incessantemente, rendete grazie a Dio di ogni cosa
perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù a vostro riguardo. Non
estinguete lo spirito e non disprezzate le profezie. Esaminate tutto e ritenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie
di male. ( da Lettera Prima ai Tessalonicesi 5, 15-22).
Intanto i cristiani continuano ad essere ammazzati. L’ultima strage nella
chiesa di San Domenico a Bahawalpur, in Pakistan, durante la messa di domenica
28 ottobre 2001, una ventina di vittime fra cui donne e bambini di due e tre anni,
un’intera famiglia, povera gente, da quelle parti il cristianesimo è la
religione dei poveri fra i poveri. Una suora ha raccontato: Ci avevano dato un solo poliziotto di guardia: è stato il primo ad
essere ucciso. Gli assassini hanno sparato all’impazzata, poi sono fuggiti in
motocicletta. L’aspettavamo da quando è cominciata la crisi in Afghanistan. Gli
estremisti islamici ci avevano già minacciato in passato. Ci considerano
occidentali, anche se siamo pakistani. Siamo gente senza una patria, senza un
paese. ( da la Repubblica
29/10/2001). Questa è oggi la condizione verso cui si avvia il cristiano,
straniero, senza patria né paese, pellegrino in terra, come nei primi
secoli. Il cardinale Achille
Silvestrini commentando la strage di Bahawalpur ha detto: Esiste una preoccupazione diffusa. Più si prolunga il conflitto e più
si crea la possibilità che gli animi vengano avvelenati con l’esito di
suscitare sentimenti di contrapposizione fra civiltà e religioni. Mentre così
non deve essere assolutamente. Un conto, tra l’altro, è l’Occidente con la sua
realtà socio-economica complessa e un conto è il cristianesimo. Sono due cose
distinte. Il fondamentalismo vuole creare confusione fra queste due realtà,
bisogna evitarlo. ( da la Repubblica 29/10/2001
). Non è facile evitare quanto auspica il cardinale Silvestrini. Le difficoltà
sono quelle esposte da Bernardo Valli nell’articolo dal titolo << Ma
questa non è una guerra santa>>:…Il
massacro di Bahawalpur rischia di risvegliare miriadi di demoni nel mondo
musulmano. E’ un episodio di sangue che può essere contagioso, che può
sollecitare non nobili istinti di imitazione. La sorte dei cristiani in paesi
in cui la laicità dello Stato è spesso fragile o inesistente non può lasciare
indifferenti. Persino nell’Africa nera, dove l’intolleranza è inferiore a
quella registrata in Asia e nel mondo arabo, dall’Indonesia all’Egitto, ci sono
stati gravi atti di violenza, con un alto numero di vittime. Mi riferisco a
quel che è accaduto a Kano, in Nigeria. All’altra estremità del pianeta, in Indonesia,
non sono mancate altre aggressioni. Dove è in vigore la sharia, ossia la legge
coranica, le libertà religiose sono seriamente compromesse, poiché essa
condanna a morte l’apostasia. Per cui una conversione ( o un’abiura) può essere
pagata con la vita. Oggi la sharia viene interpretata in modo variabile nei
paesi in cui viene applicata. Essa pesa sui musulmani e riduce lo spazio dei
non musulmani. Nel Sudan, i <<liberali>> sostengono che l’accusa di
apostasia non deve costituire un casus belli tra musulmani e cristiani. La
minaccia della pena di morte sarebbe soltanto virtuale, perché un convertito
non può essere perseguito nel nome di una legge religiosa che riguarda soltanto
i musulmani. Secondo Hassan el-Turabi, un tempo il massimo ispiratore dell’islamismo
sudanese, la condanna dell’apostasia contenuta nel Corano colpisce soltanto il
tradimento dello Stato islamico in tempo di guerra. In Nigeria i convertiti al
cristianesimo sono invitati a trasferirsi nelle regioni del Sud dove non è in
vigore la sharia. La <<zona verde>> abbraccia i Paesi dell’Africa e
dell’Asia in cui i cittadini non musulmani sono considerati infedeli, subiscono
forti discriminazioni o godono di minori diritti rispetto alla maggioranza
della popolazione. Secondo il Rapporto 2000 sulla libertà religiosa nel mondo (
fatto dall’Acs, L’aiuto alla Chiesa che Soffre,i cui risultati sono apparsi su
“Civiltà cattolica” del 2 dicembre 2000) in quelle regioni la tolleranza e il
rispetto della diversità di fede sono valori spesso ignorati. Su tutto il
territorio dell’Arabia Saudita, fatta eccezione delle ambasciate, non vi è un
metro quadro in cui un ministro del culto cristiano, ebreo, buddista o induista
possa celebrare un rito, benché nel Paese vi siano circa sei milioni di
immigrati non musulmani. E i cattolici siano più di mezzo milione. Lo stesso
moderato Egitto, dove la costituzione promulgata nel 1980 considera la sharia
la fonte principale del diritto, non concede una rappresentanza politica alla
comunità dei cristiani copti ( i quali sono il dieci per cento della
popolazione). In Pakistan i cristiani sono il due per cento ( dei centosessanta
milioni di abitanti), e i cattolici un milione sessantaduemila. Secondo padre
Andrei Francio, che vive in quel Paese, le principali difficoltà sono la
nazionalizzazione delle scuole cattoliche, il divieto di insegnare il
catechismo ai bambini cristiani, costretti a studiare la dottrina islamica,la
limitazione del diritto di voto per i non musulmani, l’ampio uso della legge
sulla bestemmia per colpire le minoranze religiose. Dopo il colpo di Stato
dell’ottobre ’99,il generale Pervez
Musharraf ha auspicato che anche i non musulmani possano godere
<<pienamente dei diritti e della protezione che spetta loro come
cittadini uguali agli altri nelle lettera e nello spirito del vero
Islam>>.La cornice politico-giuridica in cui vivono i non musulmani non è
certo rassicurante. La forte discriminazione favorisce le angherie, e indica i
bersagli quando il fanatismo supera il livello di guardia. In questa congiuntura
le minoranze cristiane sono più che mai esposte, perché appaiono come schegge
occidentali nell’Islam, anche se i cristiani, come quelli uccisi nella chiesa
di Bahawalpur, erano pachistani come i loro assassini. Pure quello è un fronte
da difendere. Uno dei tanti, ma uno dei più carichi di significato, e sensibili
in questo momento. Difendere le minoranze deve essere un punto d’onore per i
governi. Sotto tutti i cieli e tutte le costituzioni. Soprattutto per i paesi
che partecipano alla coalizione che rifiuta le guerre sante. ( da la Repubblica del 29/10/2001). Non
è una questione di difesa delle
minoranze, la questione è ben altra, più grave e più seria ed è stata ben messa
in evidenza da Gianni Baget Bozzo, su Panorama
dell’11 ottobre 2001, in un articolo dal titolo “eretico” La fallibilità del Papa. Il celebre opinionista e scrittore riesce ad esprimere tutta
la preoccupata perplessità di quanti ancora vogliono essere cattolici: Nella sua allocuzione al Sinodo dei vescovi,
il Papa ha condannato il terrorismo. L’arcivescovo di Genova ha detto anche
meglio: << Né con il terrorismo né con l’ingiustizia>>. Il che era
una bella copia dell’antico << né con lo Stato né con le Brigate
rosse>>. Che cosa la Chiesa intenda per <<ingiustizia>> è
chiaro: è l’Occidente, la globalizzazione, il capitalismo, il <<pensiero
unico>>. La Chiesa cattolica ha
scelto, con Giovanni Paolo II, di non stare con l’Occidente; ha scelto, come
l’Europa socialdemocratica, il cosmopolitismo. Il Papa non ha preso atto che
tutte le sue aperture verso l’Islam, sino a togliersi le scarpe nella moschea
di Damasco, non hanno prodotto pace. E’ da pensare che, guardando la cosa dal
punto di vista islamico, esse abbiano prodotto il contrario. Hanno mostrato che
l’avversario era cedevole e spiritualmente disarmato. Mai il Papato si era
piegato tanto dinanzi all’Islam: nemmeno quando Roma stessa era minacciata. E
poi la Chiesa appoggia i no global, nonostante sia chiaro a tutti il fatto che
essi sono una protesta, intrinsecamente violenta contro l’Occidente. Non si
rende conto che il no global riprende i temi che furono del comunismo e li
radicalizza in una lotta morale contro il capitalismo << amorale>>.
Si può pensare che l’omaggio di Damasco e i no global di Genova siano il prologo
dell’attacco di New York. L’Occidente non crede in se stesso, questi fatti ne
hanno dato la prova. Il Papa non può dimenticare che non esiste nel mondo un
qualunque terrorismo, ma un terrorismo islamico, cioè specificamente una guerra
di religione che attacca l’Occidente in quanto terra della Cristianità; e non
può non comprendere che non si tratta di un episodio ma che è veramente
iniziata la terza guerra mondiale cioè quella del terrorismo islamico contro
l’Occidente e la Cristianità, la strategia islamica è chiara: colpire i luoghi
simbolo dell’Occidente, mostrare che il martirio sfida la potenza tecnologica,
che gli alti luoghi della religione e della civiltà occidentale sono luoghi
abbandonati dallo Spirito, luoghi per cui non vale più la pena di vivere e di
morire. Distruggere il simbolo significa mostrare che esso è un simbolo morto.
Anche se contiene uomini vivi: come a New York. Dinanzi a questi fatti, il Papa
romano tace o divaga. L’Occidente non ha più identità: né cristiana né
illuminista. Sono stati i rappresentanti della cultura illuministica ad
attaccare più duramente Berlusconi per aver difeso la verità della civiltà
liberale. Per gli occidentali l’Occidente è solo un mercato? Ebbene allora esso
non troverà più combattenti disposti a vivere e a morire per esso. Il termine
<<valori>> non indica più le verità cristiane, non indica più
nemmeno le qualità illuministiche. La Chiesa cattolica abbandona l’Occidente:
abbandona la sua storia, abbandona se stessa. Il Papato gioca con il fuoco: e
un fuoco può toccare San Pietro.
m) La Cristianità e il Grande
campo di Babilonia
Contrariamente,
però, da quanto possa pensare Baget Bozzo, la Cristianità non è minacciata
dall’Islam per il semplice fatto che è data per scomparsa dagli stessi “uomini
di Chiesa”. La guerra in atto si svolge tutta in “ quel grande campo di
Babilonia” secondo lo schema descritto da S.Ignazio di Loyola negli Esercizi
Spirituali e il suo obiettivo è esclusivamente economico, il controllo delle
risorse minerarie e petrolifere in Asia e in particolare nei paesi del Medio
Oriente. La “vera” guerra è un’altra e si nasconde dietro la guerra combattuta
con il fragore delle armi. Cristo stesso ha messo in guardia allorché ha detto:
Quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non abbiate paura. Devono infatti accadere prima queste
cose, ma non significa che subito dopo ci sarà la fine. ( Vangelo secondo
Luca, 21-9)
Contrariamente,
però, da quanto possa pensare Baget Bozzo, la Cristianità non è minacciata
dall’Islam per il semplice fatto che è data per scomparsa dagli stessi “uomini
di Chiesa”. La guerra in atto si svolge tutta in “ quel grande campo di
Babilonia” secondo lo schema descritto da S.Ignazio di Loyola negli Esercizi
Spirituali e il suo obiettivo è esclusivamente economico, il controllo delle
risorse minerarie e petrolifere in Asia e in particolare nei paesi del Medio
Oriente. La “vera” guerra è un’altra e si nasconde dietro la guerra combattuta
con il fragore delle armi. Cristo stesso ha messo in guardia allorché ha detto:
Quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non abbiate paura. Devono infatti accadere prima queste
cose, ma non significa che subito dopo ci sarà la fine. ( Vangelo secondo
Luca, 21-9)
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