domenica 29 novembre 2015

LA DIVINA AZIONE CREATIVA
La trasformazione alchemica spirituale


CRISI: TUTTO GIA’ PREVISTO: Dal 2006 chi legge “Zamlap” sa che quello che accade ed è accaduto è stato previsto con congruo anticipo. Basta leggere il numero XIV del Gennaio 2006 : 600 anni al 2666 . “Zamlap” non tralascia alcun settore della Scienza, neppure quella profetica, scienza della previsione.. Questa è  esercitata non fine a se stessa ma per proporre le soluzioni in anticipo, non a cose avvenute ma affinché accada ciò che vogliamo, prevedere per creare,  questo è il fondamento dell’azione creativa fatta di “azione” e “non-azione”,  per essere sempre padroni del “vuoto”, ognuno di noi è centro dell’Universo, l’unico Universo esistente è quello che è in noi e promana da noi, non c’è altra realtà. Senza previsione si brancola nel “vuoto” che viene riempito non da noi ma da forze estranee ed esterne a noi,. La forza consiste nell’essere padroni e dominatori del proprio “vuoto”, del “nulla” che venendo al mondo siamo condannati a riempire nel tempo e col tempo che ci è assegnato. Chi ha la “forza” crea gli eventi non li subisce, è “padrone del proprio vuoto”. Il miglior modo di riempire il proprio vuoto è con Dio che è il Tutto. La pienezza della vita si raggiunge solo con Dio. L’uomo deve attingere la propria “forza” da Dio, l’unico “Padrone” del vuoto e del tutto, dell’essere e del nulla. L’uomo senza la forza di Dio non può essere  padrone del vuoto, spalancato davanti a sé fin dal primo istante che viene al mondo. Solo se Dio è con noi riusciamo a dare pienezza alla nostra vita. Solo così l’azione creativa si trasforma in divina azione creativa. Diversamente la nostra vita resta sospesa nel vuoto, destinata al nulla, perdiamo il centro dell’Universo, noi stessi. E’ l’alienazione, il “fuori di sé”, la follia. La ragione si addormenta e genera mostri, quelli che Goya ha reso visibili con la sua maestria d’artista figurativo. Non siamo più noi il centro intorno al quale  gira la ruota della vita. Siamo sospesi nel vuoto, precipitiamo nel nulla.  La “crisi” è una forma di alienazione politica, economica e sociale. In quanto evento, si spera,  non voluto, è l’effetto della mancanza di “azione creativa”, di “divina azione creativa”, della incapacità a realizzare “azione creativa” principalmente a livello politico poi, a ascendere nella piramide, a livello sociale ed individuale. Faber est suae quisque fortunae (Sallustio) è il motto del pragmatismo romano, dell’azione creativa fondatrice di impero e civiltà. I romani, anche se non crisitianizzati,  avevano consapevolezza della divina azione nel destino umano. Erano un popolo profondamente religioso, nel senso etimologico del termine di religio intesa come rapporto, legame con il divino. Senza Dio, l’uomo non ha la capacità di riempire il vuoto, di fare di se stesso il centro dell’Universo. La Creazione è un divenire, si espande all’infinito in eterno nel vuoto eterno ed infinito. Dio è il vuoto  infinito ed eterno che riempie se stesso con la sua eterna ed infinita azione creatrice. Dio crea il  Caos come materia prima su cui agisce l’azione creativa. L’uomo è il più alto prodotto dell’azione creativa di Dio. Questo in quanto Dio tende a ricreare se stesso, a trasformare tutto in se stesso. Alla fine tutto sarà simile a Dio. L’Universo e Dio tendono a coincidere. Alla fine della Creazione questa coinciderà perfettamente con Dio stesso. Quanto non è perfettamente coincidente con Dio è  materia del Caos su cui l’azione creativa di Dio non è ancora intervenuta. L’uomo, quindi, deve trasformarsi da materia del Caos in “materia divina”. Questo è il suo scopo, l’unico modo di  sottrarsi in eterno al divenire, di conquistare l’essere immutabile ed eterno della perfezione divina, quello su cui nessuna azione è possibile perché perfetto. Chi sperimenta la creazione artistica conosce questo momento in cui l’azione si arresta, è il compimento dell’opera. L’opera è. Il vuoto è riempito, l’azione si arresta. Dio si riposa, è il settimo giorno. La beatitudine della contemplazione dell’opera perfettamente compiuta e realizzata dell’essere, in esso ogni divenire si arresta, non c’è più spazio per l’azione. E’ il Paradiso. Non c’è più tempo, non c’è più vuoto, non c’è più azione. Tutto è perfettamente compiuto, ogni cosa è Dio e nulla esiste che non sia Dio. La condizione storica in cui ci troviamo a vivere è qualcosa che non esiste, nella dimensione eterna di Dio è già passata. Noi viviamo in un passato fuori dall’eternità. Il passaggio dal tempo all’eternità dipende da noi. Se riusciamo a trasformare la nostra materia umana in “materia” divina. E’ un procedimento alchemico da compiere su noi stessi. Sottrarci al divenire per conquistare l’essere. Questo è stato intuito da tutte le religioni ma un’unica religione ha rivelato la strada per  raggiungere l’obiettivo, l’unica religione “rivelata”, quella cristiana. Solo Dio stesso poteva rivelare all’uomo il “procedimento alchemico” giusto per trasformare la nostra materia umana in “materia” divina. Cristo riporta l’uomo “fuori di sé” a se stesso ed in se stesso. Cristo è il grande segreto alchemico della trasformazione della materia umana in “materia” divina. L’uomo ha, quindi,  l’obbligo di trasformarsi. Trasformazione significa perfezione. Raggiungere la perfezione dell’opera compiuta. Questa si ha quando il vuoto è stato riempito in modo che nessuna azione è più necessaria. Si è raggiunto l’essere, non c’è più spazio per agire, la “materia” divina è immutabile, il divenire si arresta. Le Sacre Scritture ci indicano questo obiettivo del  “procedimento alchemico” da applicare a noi stessi ma non ne trattano direttamente né lo espongono in maniera esplicita e dettagliata. “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” ( Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester celestis perfectus est.) (Matteo, V,48).  Questo è l’imperativo del cristiano: essere perfetti come il Padre celeste. La perfezione divina è l’obiettivo della trasformazione della propria natura umana.  «Lo scopo dell'Alchimia sul piano materiale era la purificazione dei metalli o la loro evoluzione progressiva; il problema Alchimico consiste nell'accelerare questa evoluzione metallica che la natura può compiere in modo lento». ( J.Castelot). Il problema umano è alchemico. L’alchimia è una scienza simbolica, il “metallo” non è altro che l’essere umano che chiuso nel crogiolo del corpo viene trasformato dal fuoco dell’amore spirituale, quello che si accende quando si ama Dio e si è amati da Dio, la “Carità”. Il procedimento alchemico è una lotta, come  la descrive S.Paolo, una “porta stretta”, una “via angusta” Contendite entrare per angustam portam. ( Luca, XIII,24- Matteo.VII,13,14). Per affrontare la lotta occorre essere armati da capo a piedi come un soldato romano:”…cinti i lombi con la verità, vestiti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi pronti ad annunziare il Vangelo della pace, con lo scudo della Fede, l’elmo della salute e la spada dello Spirito…” State ergo succinti lombos vestros in veritate, et induti loricam justitiae, et calceati pedes in preparatione evangelii pacis; in omnibus sumentes scutum fidei..te galeam salutis assunte et gladium Spiritus…( Efesini, VI,14-17). Il nemico che abbiamo di fronte è la carne e il sangue, il nemico “interno” : la “triplice concupiscenza [ la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi (curiosità, avarizia), l’orgoglio della vita]; i nemici “esterni” : il mondo (che atterrisce e seduce), il demonio. Teniamo ben presente, inoltre, che nel “procedimento alchemico spirituale” non progredire è regredire, una volta avviato bisogna persistere nella perfezione fino all’ultimo istante di vita, siamo obbligati a diventare santi.e nella perfezione fino all'i..te galeam salutis assunite do dell aFede,



L'offerta votiva a Gesù Crocifisso del timone turco del 7 ottobre 1571

Il timone di una nave turca catturata nella vittoriosa, per i cristiani, battaglia di Lepanto ( 7 ottobre 1571) pende esposto, da una volta di una cappella della basilica di Sant'Anastasia a Verona, ancora oggi, come offerta di ringraziamento a Gesù crocifisso, Deus Sabhaot, Dio degli eserciti, dispensatore, artefice  e patrono di ogni vittoria, in cielo ed in terra ed a monito, come trofeo di guerra, dei nemici della Cristianità
. Fu conquistato quando i cristiani sapevano chi era il loro Dio, ( La Trinità: Padre Figlio e Spirito Santo), sapevano che Cristo non è lo stesso Dio delle altre fedi, sapevano chi era il loro nemico e lo fermavano in mare, quando la Chiesa era fedele Sposa di Cristo e conduceva a Lui il suo gregge e per questo Dio regalava la vittoria ai suoi fedeli e consentiva alla civiltà cristiana di conservarsi, di crescere e di espandersi.

lunedì 23 novembre 2015

La guerra terroristica in atto è quella del NULLA povero contro il NULLA ricco, frutto della ribellione luciferina a Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. .

La situazione in Europa dopo l'attacco terroristico a Parigi del 13 novembre 2015 è quella di un tentativo di una libanizzazione delle nostre città. La "paura" servirà a far accettare al popolo le limitazioni alla "democrazia" conseguenti alla necessità di sicurezza individuate e decise dall'autorità politica. Questa già si è presa mano libera per azioni di guerra in Siria e nel Medio Oriente. Parlo non nello specifico dell'Italia. Questo è un Paese a sovranità limitata, è stata sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, fa parte dei Paesi riabilitati alla "democrazia" dagli anglo-americani, sostanzialmente non siede ai tavoli ristretti dove si "decide". I politici in genere sono i camerieri dei "capitalisti", leggi multinazionali,  quelli italiani sono al rango di camerieri dei camerieri. L'obiettivo di questa situazione destabilizzante mira a far accettare la decisione "finale": la cancellazione delle religioni, fra esse si annovera anche quella cattolica della Chiesa Santa ed Apostolica in Roma, che è stata costretta al Concilio Vaticano II per farla spontaneamente abdicare a sede della Verità e relegarla al rango di tutte le altre religioni fino a quel momento reputate "false" in quanto nessuna rivelata direttamente da Dio come quella cattolica da Gesù incarnatosi, vero Dio e vero uomo. L'Islam farà la parte dell'"utile idiota" per giustificare la proibizione del culto pubblico religioso e del proselitismo di tutte le religioni. Le religioni verranno tollerate come fatto personale, relegate nel privato e proibite come culto pubblico in quanto considerate patologie mentali collettive che già nell'Unione Sovietica si obbligò a curare con lezioni di ateismo come materia obbligatoria di insegnamento. Ci arriveremo di nuovo per via indiretta cioè non per imposizione ma per convinzione indotta. Le religioni verranno relegate a questo ruolo in quanto considerate dal Governo Mondiale delle multinazionali un ostacolo alla diffusione delle merci, alla crescita del mercato, alla standardizzazione dei consumi. Chi tira le fila degli avvenimenti infatti è questo Governo effettivo composto dalle lobby dei grandi capitali investiti nelle multinazionali, esso sta dietro a quelli "palesi". Chi non avrà capacita di "spesa" e di consumo verrà eliminato dal novero dei Paesi civilizzati, come già avviene oggi tra i singoli individui,  con gli "esuberi", quelli espulsi dal mercato del lavoro e, quindi, incapaci di spesa nei consumi,  e finirà tra quelli del mondo del nulla, serbatoi di carne umana e terra a buon mercato, la periferia del "mondo civilizzato" al cui interno verranno realizzati  territori di periferia mantenuti per relegarvi quanti riescono ad evadere dal "mondo del nulla" . Questo "nulla" produce il rigurgito mortale del terrorismo che minaccia la tranquilla esistenza degli "occidentali" del mondo del "Nulla ricco". Il "nulla" si è dato addirittura un'organizzazione come "Stato", uno stato senza nazioni, di senza patria, che vola sul "nido del cuculo" dell'Occidente, per esercitare una guerra di pirateria e di brigantaggio contro  il mondo "civilizzato", per goderne dell'abbondanza. In questa situazione a guadagnarci sono le multinazionali, esse non perdono mai, infatti svolgono il ruolo di ricettatori dei beni conquistati dallo Stato del "Nulla povero" con la guerra terroristica: petrolio di contrabbando a buon mercato, rifornimento di armi, depredazione di macchinari e materie prime, commercio di esseri umani, ecc...Definiamo entrami i mondi in guerra come Nulla in quanto entrambi si ribellano al vero Dio , Gesù, Cristo Re.  Le forze in campo si contendono la sovranità sul Nulla perché secondo la nostra convinzione senza Cristo vi è solo nulla, si esiste solo in funzione di Dio.     

Lasciatemi asserire la mia ferma convinzione che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa, quel terrore senza nome, ingiustificato e irragionevole che paralizza gli sforzi necessari per trasformare una ritirata in un’avanzata. Questa nazione chiede di agire, e di farlo immediatamente. Dobbiamo marciare come un esercito fedele e ben addestrato, pronto a sacrificarsi per il trionfo della comune disciplina [….]. Chiederò al Congresso l’ultimo mezzo che resta per fronteggiare la crisi: ampi poteri esecutivi per muovere guerra all’emergenza, poteri altrettanto ampi di quelli che mi si darebbero se fossimo effettivamente invasi da un nemico straniero. Franklin Delano Roosevelt [( discorso inaugurale al momento del suo insediamento come Presidente degli USA nel Campidoglio a Washington il sabato del 4 marzo 1933 ) La traduzione in italiano è tratta da pag.6 del libro “Nemico Pubblico” di Bryan Burrough edito da Sperling&Kupfer 2009 ]  Le parole del Presidente Roosevelt risuonano oggi quanto mai attuali anche per l'Europa e per l'Italia.      

mercoledì 4 novembre 2015

IN VENT'ANNI NON E' CAMBIATO NULLA 

SCRIVEVAMO VENT'ANNI FA: La via di fuga dalla schiavitù incombente su gran parte dell'umanità: acquistare o riacquistare la capacità di produrre ricchezza. Siamo avviati su questa strada? NIENTE AFFATTO !! Una massa crescente della popolazione mondiale viene espropriata della capacità di produrre ricchezza. Ne parleremo dettagliatamente nelle pagine che seguono. L'Europa è afflitta dalla piaga della disoccupazione che ha raggiunto dimensioni bibliche e questa è l'anticamera della povertà, la strada di una schiavitù terribile perché senza padrone. Nei restanti continenti questi schiavi senza padrone costituiscono quella parte dell'umanità che abbiamo definito ecosuperflua e che muore ogni giorno di fame, di malattia, di guerra. Per quanto riguarda i mezzi di produzione questi, di fatto, sono o espropriati dallo Stato o monopolizzati dalle società anonime multinazionali. Al singolo, all'individuo non resta altra alternativa che lavorare alle loro dipendenze. La capacità produttiva del lavoratore autonomo è di fatto annullata, resa praticamente impossibile. VENTI  anni fa Jacques Diouf, direttore generale della Fao, su la Repubblica del 30 Ottobre 1996, in un articolo dal titolo Per non morire di fame, scrive: [ ... ] Non riusciremo a debellare la fame senza migliorare la

produttività e la produzione delle classi rurali povere e senza fornire un lavoro e redditi adeguati
ai poveri delle città. Circa un miliardo di persone vivono con meno di un dollaro al giorno. Soffrono la fame perché non possono produrre il cibo necessario né possono permettersi di acquistarlo. In molti paesi poveri l 'agricoltura, che impiega la maggior parte della popolazione,

sarà il motore dello sviluppo umano, fornendo al tempo stesso cibo e lavoro. Per questo è indispensabile dare alla agricoltura più attenzione di quanto non sia stato fatto finora. Certo, la sola tecnologia non basta a produrre più cibo. Diritti legali e di proprietà, accesso alla terra, disfunzioni dei mercati e mancanza di credito sono discriminati nell'agricoltura di molti paesi e puniscono l'iniziativa privata. Gli agricoltori sanno come produrre di più e meglio se gliene viene offerta la possibilità in un clima di libertà e di compartecipazione. L'agricoltura dei paesi poveri ha bisogno di maggiori investimenti. Per produrre di più e nutrire più gente, i fondi pubblici e privati destinati all 'agricoltura a livello nazionale e internazionale dovranno raggiungere i 31 miliardi di dollari all'anno. Una cifra relativamente bassa se raffrontata ai 900 miliardi di dollari investiti ogni anno nella produzione mondiale delle armi.I paesi ricchi potrebbero sostenere le nazioni povere destinando una percentuale maggiore dei loro aiuti bilaterali e multilaterali in assistenza allo sviluppo dell 'agricoltura. Globalmente, e a prezzi costanti, tra il 1980 e il 1994, il valore dei fondi destinati allo sviluppo dell'agricoltura è diminuito del 45 per cento, mentre la popolazione mondiale aumentava del 27 per cento. Oggi, che più che mai disponiamo di mezzi tecnologici ed economici, abbiamo la possibilità, realistica, di dimezzare il numero degli affamati cronici ( attualmente 840 milioni) entro il 2015{..}. Sembra che il direttore Diouf indichi la strada giusta, ma nel suo discorso ci sono alcune ambiguità. Non si parla di aiutare i contadini, ma l'agricoltura; non si pone l'accento sul fatto che l'aiuto deve essere diretto all'individuo e non alla "nazione" che significa autorità governative, burocrati e funzionari amministrativi spesso corrotti, inaffidabili e incompetenti. Va aiutato l'uomo, ogni singolo individuo a riacquistare la propria capacità produttiva, la capacità di procacciarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani, favorendo l'acquisto della proprietà dei mezzi di produzione occorrenti (esempio: favorendo la piccola proprietà terriera) affinché queste capacità produttiva si preservi nel tempo, si rafforzi col tempo e possa essere trasmessa ai figli, alle generazioni future. La proprietà dovrà essere commisurata a questi bisogni, a dare la sicurezza di poter sfamare se stessi e la propria famiglia. 

) Il perché della fame nel mondo.

Il Papato e gli Organismi internazionali non ci dicono la verità. E’ evidente che viviamo nel pieno di una furibonda, quanto silente ed occulta, “guerra” per ripristinare quella società fondata sula schiavitù esistente prima dell’Avvento del cristianesimo. 

La società che si profila, in verità, è peggiore di quella schiavista in quanto si prefigge la “soluzione finale”, il progressivo ridimensionamento del genere umano fino al suo annientamento, l’avvento dell’anticristo. 

Hilaire Belloc, nel suo aureo libro, Lo Stato Servile, scritto intorno al 1912 ma tuttora attualissimo, pubblicato in Italia nel 1993 da Liberilibri di Macerata, scrive che: …Era la povertà a rendere schiavi. Ancora oggi questa conclusione è fondata. 

La povertà è il presupposto della schiavitù. Pertanto chi si propone di instaurare una società “servile” deve organizzare la società in modo che sia favorito e facilitato l’insorgere della povertà.  Il modo più facile e semplice è quello di privare l’individuo della propria capacità produttiva cioè dei mezzi di produzione e delle conoscenze necessarie per applicarli ad essa. 

Oggi nell'economia globalizzata se l’individuo conserva la propria capacità produttiva  può essere ridotto alla fame tagliando fuori dagli scambi del mercato globale la possibilità di scambiare i propri prodotti. Questa esclusione viene di solito applicata nei confronti degli stati dalle potenze che gestiscono e controllano il mercato globale. In tal modo possono essere ridotte alla fame intere zone del pianeta. Un esempio di questa esclusione affamante è dato dall’Africa subsahariana, tagliata fuori dagli scambi del commercio mondiale è ridotta ad una landa desolata. Questo significa che anche se una nazione conserva la propria capacità di produzione non è sufficiente a preservarla dalla miseria ma occorre che sia in grado di essere presente nel mercato globale degli scambi di merci e servizi. 

La definizione di Hilaire Belloc su cosa significa “produrre ricchezza” va, pertanto, integrata con quanto innanzi, altrimenti ci fermiamo a descrivere solo una faccia della medaglia:  La vita dell’uomo, come quella di ogni altro organismo, dipende dalla sua capacità di modellare l’ambiente a proprio vantaggio, rendendone le caratteristiche il più possibile asservite ai suoi bisogni. A questa speciale, consapevole ed intelligente trasformazione del suo ambiente, che è propria dell’intelligenza e delle facoltà creative umane, diamo il nome di produzione della ricchezza. La ricchezza è tutto ciò che, attraverso un processo di trasformazione, è stato consapevolmente e intelligentemente reso più asservibile ai bisogni umani. Enza ricchezza l’uomo non può esistere. La produzione di ricchezza è per lui una necessità, e, sebbene si parta da ciò che è più necessario per arrivare a ciò che lo è meno, persino a quelle forme di produzione che noi definiamo voluttuarie, tuttavia in ogni società umana ci sono un certo tipo e una certa quantità di ricchezza senza la quale la vita umana non può essere vissuta; nell’attuale Inghilterra ne sono esempio la cucina ricercata, gli abiti, il carburante e l’abitazione. Controllare la produzione di ricchezza significa, quindi, controllare la stessa vita umana. Negando all’uomo l’opportunità di produrre ricchezza gli si nega l’opportunità di vivere, e, generalmente, i cittadini esistono legalmente nella misura in cui la legge consente la produzione di ricchezza.   Questo, oggi, non basta più. 

Oggi si può diventare poveri anche se si è capaci di “produrre ricchezza” allorché  si è tagliati fuori dai meccanismi di scambio. 

E’ la situazione decritta nell’Apocalisse. Chi non ha il marchio della Bestia non può né vendere né comprare.  Riteniamo sia molto utile leggere questo passo del libro di Belloc, sopra citato, per capire la realtà, oggi. La ricchezza può essere prodotta soltanto applicando energia umana, sia mentale che fisica, alle risorse della natura che ci circonda e alla materia che è piena di queste risorse. Chiameremo lavoro questa energia umana così adatta ad agire sul mondo e sulle sue risorse; per quanto riguarda la materia e le risorse naturali, useremo il termine, limitato ma convenzionalmente corretto, di “terra”. Sembrerebbe, dunque, che tutti i problemi connessi con la produzione di ricchezza e tutto il dibattito che si svolge in merito coinvolgano soltanto due fattori principali, quelli, appunto del lavoro e della terra,. Ma dal momento che l’azione umana sulla natura, conformemente alle specifiche qualità dell’uomo rispetto alle altre creature viventi è consapevole, deliberata ed intelligente, essa introduce un terzo fattore di fondamentale importanza.  Per creare ricchezza l’uomo impiega metodi ingegnosi di varia e spesso crescente complessità, si aiuta con la costruzione di strumenti di lavoro. In ogni nuovo settore di produzione questi strumenti assumono presto per la produzione stessa un’importanza paragonabile a quella del lavoro e della terra. Inoltre, dato che ogni processo produttivo richiede un certo tempo, durante il quale il produttore deve essere nutrito, vestito, fornito di abitazione e tutto il resto, deve esistere un’accumulazione di ricchezza creata  nel passato e messa da parte con lo scopo di sostenere il lavoro durante l’attività di produzione per il futuro. Sia che si tratti della costruzione di uno strumento o di un attrezzo, sia che si tratti di accantonare una scorta di provviste, il lavoro applicato alla terra per entrambe le finalità non produce ricchezza per un consumo immediato, ma permette che si conservi qualcosa, e quel “qualcosa”, è sempre necessario in quantità che variano a seconda della difficoltà o meno che la società economica incontra nel produrre ricchezza. Definiamo capitale la ricchezza che non viene consumata subito, ma accumulata e messa da parte in vista della produzione futura, o sotto forma di strumenti e attrezzi, oppure sotto forma di scorte per la continuità del lavoro durante il processo produttivo. Salgono così a tre i fattori che agiscono sulla produzione di tutta la ricchezza umana e che possiamo denominare convenzionalmente terra, capitale e lavoro. Quando parliamo di mezzi di produzione intendiamo riferirci a terra e capitale messi insieme. Così, quando diciamo che un uomo è “espropriato dei mezzi di produzione” o che non è in grado di produrre ricchezza senza il permesso di un altro che “possiede i mezzi di produzione”, vogliamo dire che quell’uomo è padrone soltanto del suo lavoro e non esercita nessuna forma minimamente utile di controllo o sul solo capitale o sulla sola terra oppure sull’una e sull’altra insieme. 

Questo ci spiega come mai ci sono popoli e Paesi che non riescono a produrre ricchezza. Essi non possiedono o vengono espropriati dei “mezzi di produzione” : non hanno terra coltivabile, mancano di attrezzi o macchinari per produrre beni o fornire servizi, sono senza capitali. Anche ad avere i “mezzi di produzione” non basta. A fianco dei tre fattori principali e tradizionali, terra, capitale e lavoro, se ne è aggiunto un altro, la “capacità di scambio” o di “comunicazione”. Oggi se si è tagliati fuori dai flussi di scambio e di comunicazione si è messi nella incapacità di realizzare una qualsiasi produzione di beni o di servizi, si è fuori dal mondo, economicamente è la morte. Un esempio di questo è dato dalla Corea del Nord, dai Paesi sub-sahariani (ad esclusione del Sudafrica, della Nigeria e del Kenya). La loro è  un’economia di sopravvivenza senza alcun controllo sui mezzi di produzione, sui flussi di comunicazione e di scambio. Il mondo industrializzato, sia in Occidente che in Oriente, è interessato allo sfruttamento di questi territori, soprattutto quelli africani.  Gli interessi dei paesi industrializzati non mirano a sfamare le popolazioni afflitte dalla miseria. Queste con l’arrivo dell’imprenditoria di consumo perdono la possibilità di una minima speranza di sopravvivenza. La situazione è la stessa che si verificò quando i coloni americani invasero le praterie dei pellerossa ai tempi del Far West. Eliminati gli “indiani” autoctoni e le mandrie dei bisonti, i coloni furono liberi di spartirsi la terra per sfruttarla secondo i principi dell’economia di consumo tipica del sistema economico occidentale. La nuova “frontiera” è oggi costituita dai territori africani. Gli indigeni una volta persa la terra sono privati dell’unica possibilità di sopravvivenza che  è assicurata unicamente dalla coltivazione e gestione diretta del proprio territorio. Occorreva incentivare la nascita di famiglie e comunità agricole formate da coltivatori e allevatori autonomi. Invece le popolazioni vengono espropriate della loro terra. In tal modo perdono anche la capacità di saper coltivare, di trarre dal posto dove vivono il loro sostentamento, magari come è stato per secoli e generazioni. La principale causa della fame del mondo è l’esproprio della terra, la distruzione delle agricolture locali, il degrado del territorio. 

Questo è noto agli organismi internazionali, nel sito internet della FAO si legge : Roma, 2 luglio 2008 - Il degrado delle terre coltivabili è in continuo aumento in molte parti del mondo, secondo uno studio che ha utilizzato i dati presi nel corso di un periodo di 20 anni, ha dichiarato la FAO in questa settimana. Definito come un declino a lungo termine della funzione e della produttività degli ecosistemi, il degrado del territorio è in grave aumento e si sta propagando in molte parti del mondo: oltre il 20 per cento di tutte le superfici coltivabili, il 30 per cento delle foreste e il 10 per cento delle praterie. Si stima che 1,5 miliardi di persone, o un quarto della popolazione mondiale, dipendono direttamente da territori degradati. Le conseguenze di degrado del terreno sono causa di una scarsa produttività agricola, di emigrazione, di insicurezza alimentare, di danni alle risorse elementari e agli ecosistemi di base e la perdita di biodiversità attraverso le modifiche degli habitat si ripercuotono, a livello genetico, sia sulle specie vegetali che su quelle animali.  "Il degrado delle terre coltivabili ha anche importanti ripercussioni sulla mitigazione e sull’adattamento al cambiamento climatico e di come la perdita di biomassa e di materie organiche del sole emette carbone nell’atmosfera incidendo così sulla qualità del terreno e sulla sua capacità di trattenere le acque e le sostanze nutritive", osserva Parviz Koohafkan, direttore della Divisione della Terra e dell’acqua della FAO. I dati indicano che, nonostante la dichiarata volontà di 193 paesi che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la desertificazione nel 1994, il degrado delle terre coltivabili sta peggiorando anziché migliorare. Circa il 22 per cento delle terre degradate è situata in aree molto aride e secche, mentre 78 per cento di esso è in regioni umide. Da uno studio è emerso che il degrado è causato soprattutto dalla cattiva gestione del territorio.Facendo un confronto con le valutazioni precedenti, il presente studio dimostra che, dopo il 1991, il degrado del territorio ha colpito nuove zone, mentre altre aree storicamente degradate sono state così gravemente colpite che oggi sono riuscite a stabilizzarsi dopo che sono state abbandonate o gestite a bassi livelli di produttività. I dati complessivi sul degrado delle terre coltivabili fanno parte di uno studio diffuso dalla FAO, del Programma Ambientale delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione Mondiale dell’Informazione del Territorio(ISRIC). Lo studio, finanziato dal Fondo per lo Sviluppo Mondiale, s’intitola “Land Degradation Assessment in Drylands (LADA)”. Uno spiraglio di luce Ma non ci sono solo zone d’ombra. In questo studio sono stati trovati anche degli spiragli di luce, nei casi in cui la terra è usata in modo sostenibile (19 per cento delle terre agricole) e si riscontra un miglioramento della qualità e della produttività (10 per cento delle foreste e il 19 per cento dei pascoli). La maggior parte dei miglioramenti riscontrati nelle terre agricole è associata all'irrigazione. Si sono osservati anche dei progressi nell’agricoltura pluviale, nei pascoli nelle praterie e nelle pianure dell’America settentrionale e dell’India occidentale. Altri vantaggi sono il risultato di una politica che ha favorito le piantagioni forestali, soprattutto in Europa e nell’America settentrionale, accompagnata da alcune significative opere di bonifica, per esempio nel nord della Cina. Lo studio dimostra che il degrado delle terre coltivabili rimane una priorità che richiede una rinnovata attenzione da parte degli individui, delle comunità e dei governi. 

Questi avvertimenti sono rimasti e rimangono inascoltati. Il tema Nutrire il pianeta è quello scelto dall’EXPO 2015 di Milano. Allorché lo si è deciso si pensava che il problema del “cibo” non fosse nella produzione ma nella distribuzione, cioè si pensava che ci fosse abbastanza “surplus” agricolo e alimentare da poter sfamare tutta la popolazione mondiale. Questa sembra essere anche la concezione del Vaticano, del Papato, della Chiesa. Infatti Papa Francesco nel corso dell’udienza riservata ai partecipanti dell’assemblea della FAO, il 20 giugno del 2013, ha denunziato lo scandalo di una produzione che sarebbe sufficiente a sfamare tutti e di milioni di persone che muoiono di fame. La situazione non sta proprio così. Anzi un simile discorso svia dalla vera causa della “fame” che è l’esproprio della terra coltivabile ai contadini. La produzione di cibo non è né sovrabbondante né a buon mercato. Una conferma è data  dal rialzo dei prezzi delle derrate alimentari. Queste sono diventate in alcuni casi  inaccessibili per le popolazioni a basso reddito. Questo effetto è stato di recente prodotto anche a causa del dirottamento verso usi non alimentari delle derrate agricole per ricavarne biocarburanti. Si è scatenata una speculazione finanziaria sui contratti a termine futures dei prodotti agricoli che, in tal modo, perdono la loro destinazione naturale che è quella di sfamare l’essere umano; diventano un’occasione, come un’altra, per fare denaro anche se questo comporta la morte per fame e denutrizione di qualche milione di persone. Allo sfruttamento industriale del suolo consegue il suo degrado. Il danno a carico dell’uomo è duplice, non solo non si produce cibo ma si preclude la possibilità di produrlo in futuro condannando definitivamente alla fame le generazioni di oggi, e, quelle di domani. 

Infatti basta considerare alcuni dati reperibili su Wikipedia:   La produzione di biodiesel è molto dispendiosa anche dal punto di vista idrico. Per produrre un litro di biodiesel servono 4000 litri di acqua per l'irrigazione delle colture e durante il processo chimico di trasformazione. Le critiche alla produzione di biocarburanti attraverso grandi piantagioni sta arrivando da parte di tutte le più importanti organizzazioni internazionali…..Si tenga comunque presente che pro capite il terreno coltivabile è molto limitato: nel 2000 l'area coltivabile (SAU) nel mondo era pari a 0.11 ettari per persona (fonte FAO) in gran parte usati per produrre cibo. I veicoli mondiali sono secondo stime del DoE (Dipartimento dell'energia americano) 700 milioni e consumano molto gasolio e benzina (si consideri che i veicoli italiani consumano 1 tonnellata all'anno) ed è probabile che per alimentarle a biodiesel sia necessario coltivare una buona parte (percentuali a due cifre) dei 0.11 ettari pro capite a piante che alimenteranno i motori delle auto…..Un tale uso delle risorse agricole comporterà la presumibile uscita dal mercato alimentare di una parte enorme della popolazione mondiale e la salita dei prezzi dei terreni coltivabili. La produzione di cereali e altre materie prime per la sintesi di biocombustibili, e quella per un consumo alimentare, individuano due prodotti non sostitutivi, in presenza di una risorsa scarsa, che è la superficie coltivabile….Molti eminenti economisti ritengono che la produzione di biocarburanti sia causa di povertà e fame nel mondo, mentre la produzione di biocarburanti contribuisce alla crescita delle economie locali e alla ridistribuzione della ricchezza a livello globale, creando opportunità di lavoro in zone rurali e aiutando i piccoli agricoltori ad incrementare il loro reddito. Nel mondo c'è una sufficiente disponibilità di terreno agricolo e semi-arido che a lungo termine può sostenere una coltivazione di piante con le quali produrre biocarburanti specialmente laddove i governi si impegnino nell'applicazione di soluzioni innovative per lo sviluppo sostenibile…..La domanda di biocombustibili ha indotto un rialzo del 30% del prezzo delle superfici coltivabili in vaste aree degli Stati Uniti e del Sudamerica, dei vegetali dai quali sono ottenuti, e dei prodotti sostitutivi (dal punto di vista del produttore) quali grano e cereali, la cui offerta e superficie coltivabile è diminuita in analoga quantità (i biocombustibili sono "coltivabili" nelle aree dove in precedenza crescevano cereali e grano)….I prezzi dei biocombustibili crescono per un eccesso di domanda, che registra una crescita esponenziale rispetto all'offerta mondiale (che, come già prevedeva Malthus per le disponibilità alimentari, segue una progressione aritmetica). Invece, il prezzo dei cereali aumenta per un calo dell'offerta, perché i terreni e le stesse piante sono destinate alla produzione di biocombustibili, più redditizia per i contadini di una produzione per un consumo alimentare….Il rialzo della materia prima (grano e cereali) ha causato rincari anche per i prodotti derivati (30% la pasta, 15% i dolciumipane, e un aumento del prezzo dei foraggi e della carne)….La coltivazione di cereali destinati alla sintesi di bioetanolo anziché alla produzione di generi alimentari è una delle cause del rincaro dei cereali e dei relativi derivati. In Europa e Stati Uniti i sussidi federali e comunitari per la produzione di bioetanolo sono maggiori di quelli della produzione di cereali per scopi alimentari. A ciò si aggiunge il fatto che il bioetanolo sia comunque una coltivazione più remunerativa….Un calcolo calorico porta a dire che mantenere i veicoli col cibo umano è dispendioso. Vengono consumate in Italia 39 miliardi di litri/anno di benzina e di gasolio per l'autotrazione, ogni grammo di olio ha 9 Calorie e un umano consuma 2500 Calorie al giorno, quindi si può eseguire un semplice calcolo calorico sulla capacità di sfamare le persone da parte del biodiesel (olio) che si potrebbe consumare in Italia. Il conteggio porta a più di 300 milioni di umani sfamabili col consumo di biodiesel dei veicoli italiani, si noti che la popolazione italiana è di quasi 60 milioni….Impatti ambientali Provenendo da colture agricole, il biocombustibile produce molti meno inquinanti all'atto della combustione, se paragonato al petrolio. Considerando però l'intero ciclo di vita, a partire dalla produzione e includendo il trasporto, il bilancio energetico non sempre è positivo. Ma l'aspetto più critico per l'ambiente riguarda l'espansione della monocoltura a scopo energetico in aree non agricole, e ciò vale in particolare per la soia e la palma da olio. L'espansione della monocoltura della soia, alimentata anche dalle previsioni di crescita del mercato mossa dallo sviluppo dei biocarburanti, rappresenta un motore nella deforestazione di vaste are di foresta amazzonica e cerrado.  Anche l'espansione delle piantagioni di palma da olio rappresenta un problema, evidenziato da associazioni ambientaliste come Greenpeace[ e Friends of the Earth che sottolineano la conversione a monocoltura di aree ecologicamente importanti come zone di foresta pluviale o di torbiera. La conversione agricola delle torbiere, attraverso il prosciugamento e l'ossidazione della torba infatti provoca importanti emissioni di carbonio: in Indonesia e Papua Nuova Guinea, in particolare, è pratica comune dare alle fiamme aree di foresta palustre e torbiera subito dopo il drenaggio, con un conseguente rilevante danno ambientale, ed è stato valutato che anche in seguito a questo fenomeno l'Indonesia sia diventata il quarto paese per emissioni di gas serra Anche in Africa la palma da olio inizia ad espandersi nelle regioni forestali, minacciando importanti ecosistemi; questo è il caso per esempio della Costa d'Avorio e dell'Uganda…..I sussidi europei e americani per la produzione sono più alti di quelli destinati alla produzione di grano per il consumo alimentare. La produzione di biocombustibiili è già in sé più redditizia della destinazione ad un uso alimentare, anche in assenza di sovvenzioni statali. Per via del crescente prezzo del barile di greggio (calo di offerta) e di una domanda mondiale in forte crescita, diviene competitiva la produzione di combustibili con tecnologie che sono note da tempo, che portano ad un costo del litro di combustibile paragonabile con quello della benzina alla pompa. In precedenza, questa tecnologie non erano diffusa perché era più economico acquistare il greggio anziché produrre biocombustibili. Il meccanismo di sovvenzioni europee e americane non contribuiscono a riequilibrare questo trend. Alcuni dati ripresi da WIKINOTIZIE confermano quanto fin qui detto: L'Africa, da secoli vittima di un sistematico saccheggio delle sue risorse, è attualmente sottoposta ad un nuovo fenomeno, quello del Neocolonialismo. Le multinazionali agiscono per conto dei governi, e attuano politiche economiche volte ad incrementare i guadagni per gli investitori, ma impoverire progressivamente il territorio, senza alcun riscontro economico per le popolazioni autoctone. La Cina, ad esempio, è molto interessata all'agricoltura, dato che il suo territorio sta soffrendo pesantemente delle conseguenze di uno sviluppo aggressivo, che attualmente lascia oltre un terzo del suolo gravemente vulnerabile agli elementi climatici, preludio della desertificazione. Le perdite stimate dalle autorità cinesi con l'ultima indagine in merito, la più grande dal 1949, sono stimate in 4,5 miliardi di tonnellate di terreno, pari a un centimetro di suolo sull'intera superficie della nazione. Questo stato delle cose non è tollerabile già nel medio periodo, tanto che la produzione agricola si stima che crollerà del 40%, provocando danni economici e ambientali enormi. Si deve ricordare che in Cina il 21% della popolazione dipende dal 9% della terra arabile. Ma i cinesi non sono i soli a subire tali dissesti, accentuati dall'aumento della coltivazione cerealicola destinata agli allevamenti, conseguenza a sua volta della crescita del reddito medio. E così, senza andare a risolvere quello che per il momento è un problema senza soluzioni, si studiano palliativi. Per esempio, andare in zone dove i terreni sono ancora fertili, ma poco sfruttati per mancanza di risorse. In Nigeria la Chongquing Seed Corporation ha preso in affitto 30.000 ettari di terreno per la coltivazione del riso, mentre il Mozambico sarebbe in corsa per ben 200.000 ettari nella valle dello Zambesi. I cinesi si stanno espandendo anche in altre zone dell'Asia, fino ad arrivare in Siberia per la produzione di soia. In Corea del Sud, la Daewoo ha deciso di affittare per 99 anni 1,3 milioni di ettari del Madagascar, pari a circa metà del Belgio. Questa mossa servirà per scopi alimentari, al fine di produrre in 1 milione di ettari circa 4 milioni di tonnellate di riso e mais ogni anno, mentre il resto servirà per produrre 500.000 tonnellate di olio di palma. Innanzitutto, come si è detto, l'accordo, dalle dimensioni senza precedenti, porterà via una grossa fetta del territorio alla popolazione malgascia; l'affitto, inoltre, sarà per ben 99 anni, quindi terminerà nel 2107; ancora, si tratta di circa la metà del territorio coltivabile dell'isola; e infine, i sudcoreani, per l'occupazione e lo sfruttamento del territorio (con la produzione prevista di 450 milioni di tonnellate di sementi) non pagheranno nulla. Infatti, quello che si sono impegnati a fare è semplicemente la messa a cultura il territorio, ovvero opere di bonifica della savana e delle foreste presenti, il dissodamento, la semina, e creazione delle infrastrutture relative. La manodopera non sarà malgascia, poiché verranno impiegate manovalanze sudafricane e sudcoreane, ed anche le sementi verranno importate. L'investimento sarà di circa 6 miliardi di dollari. Il Madagascar non ha risorse per sfruttare appieno il territorio, di cui solo 2 milioni di ettari su 35 possibili sono sfruttati in termini agricoli; il resto non lo è affatto o è usato per la pastorizia. L'affare con gli asiatici non produrrà un risultato né diretto né indiretto per la popolazione locale; per 99 anni non potranno prendere possesso della terra così dissodata dai sudcoreani, non ci sarà creazione di posti di lavoro nell'indotto, non ci saranno compensazioni industriali. Ma questo non esaurisce il discorso. Anzitutto, il Madagascar è uno degli ultimi luoghi relativamente incontaminati del mondo (e per questo i sudcoreani lo hanno scelto), ricchissimo di specie autoctone (per esempio le proscimmie) e questo mega-progetto distruggerà una gran parte dell'attuale habitat. La biodiversità non è infatti presa in considerazione in questo tipo di progetti. La monocoltura, inoltre, è oramai ben nota per la dannosità verso i suoli, il clima e le attività economiche di sussistenza, come la micro-agricoltura. Questo, nel mentre per il 2050 l'Africa si prevede il raddoppio della popolazione a due miliardi. La corsa all'accaparramento delle risorse africane non ha nessuna valenza per le popolazioni locali, e non ha nessun effetto benefico per l'ambiente e la biodiversità, anzi tende non solo a distruggerli, ma anche a desertificare e a inaridire i suoli. Per peggiorare le cose, la Cina ha già cominciato a tagliare una grossa fetta delle foreste del Congo, una concessione enorme di superficie quasi pari a quella malgascia, che doveva essere tagliata entro 20 anni, ma che sta venendo rapidamente consumata. Questo ovviamente impedisce alla foresta di ricrescere e ripianare la perdita, mentre gli elementi e minerali normalmente riutilizzati nel ciclo vitale sono trasportati via e lasciano l'ambiente e il suolo impoveriti, e alla mercé delle piogge tropicali che ne causano il dilavamento. Ma oramai il dato è tratto, e anche l'Angola, che sfrutta solo il 10% del suo territorio sta invitando gli stranieri ad occupare il suo territorio. La britannica Lorho vorrebbe superare i sudcoreani, arrivando ad affittare 2 milioni di ettari di terreni. L'Africa, il continente più povero, ha anche la maggior superficie coltivabile e la maggior parte delle risorse non ancora sfruttate, governi deboli, poveri o corrotti. Come ampiamente prevedibile, questi accordi sono fatti in maniera tale da non consentire alcun beneficio per le popolazioni indigene né per l'ambiente. In tal senso si è espresso anche Jacques Diouf, presidente della FAO, che ha denunciato giorni fa i rischi che le nazioni povere possano subire se verranno usate per produrre cibo per le nazioni ricche a spese dei loro stessi cittadini. Quanto fin qui detto non riguarda solo la superfice terrestre ma va esteso anche ai mari. La ricerca di cibo da parte dei paesi industrializzati non risparmia le risorse ittiche della Terra. Sul quotidiano economico  “Il Sole 24 Ore” del 19 giugno 2013 in un articoletto dal titolo “ La fame cinese spinge al record i prezzi di pesce e molluschi” si legge : Non solo cereali, soia e carni. Adesso anche il pesce è entrato di prepotenza nella lista dello shopping internazionale cinese. E l’emergere di Pechino come uno dei maggiori importatori mondiali di prodotti ittici – comprese le varietà più pregiate, come il tonno, il salmone e le ostriche – è una delle principali cause all’origine del rialzo dei prezzi , che secondo la FAO sono arrivati ai massimi storici. Quanto fin qui detto ci rivela che  la principale causa della fame del mondo è l’avidità dei Paesi industrializzati a danno dei Paesi più deboli, le cui popolazioni vengono espropriate della terra e delle acque sia fluviali che marine. La soluzione per debellare fame e miseria è favorire la piccola proprietà terriera e la pesca locale, l’agricoltura sostenibile, varia e variata di prodotti locali e lo sfruttamento idrico non inquinante e intensivo. La situazione, invece, evolve in direzione contraria alla soluzione proposta. Il risultato, se non ci sarà un’inversione di tendenza, sarà che le popolazioni di quei Paesi che hanno perso la terra ed il controllo delle loro risorse idriche e marine sono destinate a scomparire, come sono scoparsi gli indiani d’America, gli aborigeni australiani  che prima hanno perso la terra e poi hanno subito il genocidio riducendosi ad uno sparuto numero di sopravvissuti in riserve “indiane” come fossili viventi di razze scomparse dalla faccia della Terra.