mercoledì 20 aprile 2016

Il tecnodispostismo



  La proditoria opera asservitrice a cui è sottoposto il genere umano viene completata con l’annullamento di qualsiasi capacità o possibilità di essere autosufficienti. L’uomo non potrà più vivere se non asservito alla Bestia. L’attuale organizzazione sociale essendo basata su una tecnologia complessa e sofistica è quanto di più vulnerabile l’uomo abbia concepito nella sua storia; tutto, da un momento all’altro, può crollare come un castello di sabbia. Ne abbiamo avuto un assaggio al passaggio nell’anno duemila allorché si è paventato un blocco dei sistemi informatici che ormai regolano tutto il complesso funzionamento della nostra società. Senza i computer non funzionerebbe più nulla, questi sono diventati degli schiavi indispensabili per la nostra esistenza. L’Europa è riuscita a sopravvivere alle immani distruzioni della Seconda Guerra Mondiale perché era organizzata ancora come l’antica civiltà contadina. Le funzioni essenziali venivano svolte da uomini o da macchine facilmente riparabili e dal funzionamento intuitivo. Oggi la popolazione europea non avrebbe modo di sopravvivere ad un conflitto
bellico di quelle proporzioni. La terra è sfruttata e inquinata, senza l’ausilio tecnologico sarebbe praticamente incoltivabile. La natura da un momento all’altro gli si può rivoltare contro come un animale incattivito da un innaturale addomesticamento. L’attuale civiltà tecnologica non è in grado di svelare il suo fine, di far capire chiaramente dove ci conduce, è un prodotto dell’empiria fine a se stessa. L’attuale civiltà tecnologica è civiltà di mezzi spesso in antitesi e contrapposizione con la civiltà dei fini o, meglio, del fine, per il cui conseguimento l’uomo basta a se stesso, rappresentata da quella cristiana tradizionale. L’uomo oggi si trova tra le mani tanti mezzi ma non è consapevole delle finalità e ne risulta appesantito. Senza uno scopo a cui servire tutto diventa inesorabilmente inutile. E’ l’inutilità del non serviam che trascinò Lucifero fin negli abissi dell’inferno. L’angoscia moderna è il presentimento del nulla. L’uomo sembra essere venuto al mondo solo per essere violato, oltraggiato, umiliato in una condizione che lo pone al di sotto delle macchine da lui stesso create. L’anticristo vuol dimostrare che le macchine sono superiori all’essere umano creato da Dio. E questa nuova sfera contribuisce infine a rendere l’uomo sempre più inorganico ed amorfo, servo della sua creatura – la macchina – la quale però deve essere anch’essa intesa solo come creazione di uno spirito rivolto con tutte le sue fibre verso l’inorganicità.  ( da pag.208 di Perdita del centro di Hans Sedlmayr – Edizioni Borla – Città di Castello – 1983 ). La libertà dell’uomo è perduta dal momento in cui non è più in grado di vivere senza l’ausilio della tecnologia. Come testimoniano chiaramente le creazioni della sua arte, egli ammette “ di essere ormai universalmente considerato una cosa fra le cose. L’uomo non potrà vivere in questo mondo: ci potrà vivere soltanto se saprà essere sempre meno uomo.” Questa diagnosi è dunque pericolosa; è una malattia che può condurre alla morte. ( da pag. 212-213 di Perdita del centro – op. cit.) Le parole virgolettate sono di G. Bernanos da Welt ohne Freihei  del 1946. Questo filosofo, con cinquant’anni d’anticipo, aveva  intuito che l’unico modo concesso all’uomo di vivere nel mondo contemporaneo è quello di rinunciare a vivere da uomo e, aggiungiamo noi, soprattutto da cristiano. Anche Julius Evola si avvede di questa decadenza mortale per il genere umano: Qui si tratta di uno degli effetti di quella regressione, per cui lungo la via della <<liberazione>> l’uomo occidentale è andato sempre meno a sentirsi come un essere privilegiato della creazione e sempre più si è abituato a considerarsi invece come l’appartenente ad una delle tante specie naturali e, infine, perfino animali. Di questo orientamento interno, il definirsi e diffondersi del darwinismo e dell’evoluzionismo sono stati gli indubbi indici barometrici. Ma, a parte il dominio delle teorie e della scienza, nel campo della vita ordinaria moderna esso si è manifestato in termini di comportamento, dando forma a quello che da qualcuno è stato chiamato, con riferimento soprattutto al mondo nordamericano, dove esso per primo si è realizzato, l’<<ideale animale>>.  Il termine si applica a quell’ideale di benessere biologico, di comfort, di euforia ottimistica con risalto dato a tutto ciò che è semplice salute, giovinezza, vigore fisico, sicurezza e successo materiale, appagamento primitivistico dei bisogni del ventre e del sesso, vita sportiva e via dicendo, la cui controparte è l’atrofia di ogni forma superiore  di sensibilità e d’interesse. Di ciò, abbiamo già parlato. E’ evidente che un tale ideale può averlo elevato a indice di <<moderna>> civiltà unicamente un uomo sviluppatosi nei soli aspetti secondo i quali egli non è nulla più che l’appartenente ad una specie animale. ( da pag.109-110 di Cavalcare la tigre – Edizioni Mediterranee – 1995 – Roma ).  

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