Il tecnodispostismo
La
proditoria opera asservitrice a cui è sottoposto il genere umano viene
completata con l’annullamento di qualsiasi capacità o possibilità di essere
autosufficienti. L’uomo non potrà più vivere se non asservito alla Bestia. L’attuale organizzazione sociale
essendo basata su una tecnologia complessa e sofistica è quanto di più
vulnerabile l’uomo abbia concepito nella sua storia; tutto, da un momento
all’altro, può crollare come un castello di sabbia. Ne abbiamo avuto un
assaggio al passaggio nell’anno duemila allorché si è paventato un blocco dei
sistemi informatici che ormai regolano tutto il complesso funzionamento della
nostra società. Senza i computer non
funzionerebbe più nulla, questi sono diventati degli schiavi indispensabili per la nostra esistenza. L’Europa è riuscita
a sopravvivere alle immani distruzioni della Seconda Guerra Mondiale perché era
organizzata ancora come l’antica civiltà contadina. Le funzioni essenziali
venivano svolte da uomini o da macchine facilmente riparabili e dal
funzionamento intuitivo. Oggi la popolazione europea non avrebbe modo di
sopravvivere ad un conflitto
bellico di quelle proporzioni. La terra è
sfruttata e inquinata, senza l’ausilio tecnologico sarebbe praticamente incoltivabile.
La natura da un momento all’altro gli si può rivoltare contro come un animale
incattivito da un innaturale addomesticamento. L’attuale civiltà tecnologica
non è in grado di svelare il suo fine, di far capire chiaramente dove ci
conduce, è un prodotto dell’empiria fine a se stessa. L’attuale civiltà
tecnologica è civiltà di mezzi spesso in antitesi e contrapposizione con la
civiltà dei fini o, meglio, del fine, per il cui conseguimento l’uomo basta a
se stesso, rappresentata da quella cristiana tradizionale. L’uomo oggi si trova
tra le mani tanti mezzi ma non è consapevole delle finalità e ne risulta
appesantito. Senza uno scopo a cui servire tutto diventa inesorabilmente
inutile. E’ l’inutilità del non serviam che
trascinò Lucifero fin negli abissi dell’inferno. L’angoscia moderna è il
presentimento del nulla. L’uomo sembra essere venuto al mondo solo per essere
violato, oltraggiato, umiliato in una condizione che lo pone al di sotto delle
macchine da lui stesso create. L’anticristo vuol dimostrare che le macchine
sono superiori all’essere umano creato da Dio. E questa nuova sfera contribuisce infine a rendere l’uomo sempre più
inorganico ed amorfo, servo della sua creatura – la macchina – la quale però
deve essere anch’essa intesa solo come creazione di uno spirito rivolto con
tutte le sue fibre verso l’inorganicità. ( da pag.208 di Perdita del centro di Hans Sedlmayr – Edizioni Borla – Città di
Castello – 1983 ). La libertà dell’uomo è perduta dal momento in cui non è più
in grado di vivere senza l’ausilio della tecnologia. Come testimoniano chiaramente le creazioni della sua arte, egli ammette
“ di essere ormai universalmente considerato una cosa fra le cose. L’uomo non
potrà vivere in questo mondo: ci potrà vivere soltanto se saprà essere sempre
meno uomo.” Questa diagnosi è dunque pericolosa; è una malattia che può
condurre alla morte. ( da pag. 212-213 di Perdita del centro – op. cit.) Le parole virgolettate sono di G.
Bernanos da Welt ohne Freihei del 1946. Questo filosofo, con cinquant’anni
d’anticipo, aveva intuito che l’unico
modo concesso all’uomo di vivere nel mondo contemporaneo è quello di rinunciare
a vivere da uomo e, aggiungiamo noi, soprattutto da cristiano. Anche Julius
Evola si avvede di questa decadenza mortale per il genere umano: Qui si tratta di uno degli effetti di quella
regressione, per cui lungo la via della <<liberazione>> l’uomo
occidentale è andato sempre meno a sentirsi come un essere privilegiato della
creazione e sempre più si è abituato a considerarsi invece come l’appartenente
ad una delle tante specie naturali e, infine, perfino animali. Di questo
orientamento interno, il definirsi e diffondersi del darwinismo e
dell’evoluzionismo sono stati gli indubbi indici barometrici. Ma, a parte il
dominio delle teorie e della scienza, nel campo della vita ordinaria moderna
esso si è manifestato in termini di comportamento, dando forma a quello che da
qualcuno è stato chiamato, con riferimento soprattutto al mondo nordamericano,
dove esso per primo si è realizzato, l’<<ideale animale>>. Il termine si applica a quell’ideale di
benessere biologico, di comfort, di euforia ottimistica con risalto dato a
tutto ciò che è semplice salute, giovinezza, vigore fisico, sicurezza e
successo materiale, appagamento primitivistico dei bisogni del ventre e del
sesso, vita sportiva e via dicendo, la cui controparte è l’atrofia di ogni
forma superiore di sensibilità e
d’interesse. Di ciò, abbiamo già parlato. E’ evidente che un tale ideale può
averlo elevato a indice di <<moderna>> civiltà unicamente un uomo
sviluppatosi nei soli aspetti secondo i quali egli non è nulla più che
l’appartenente ad una specie animale. ( da pag.109-110 di Cavalcare la tigre – Edizioni
Mediterranee – 1995 – Roma ).
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