La militarizzazione della società.
Guerra globale - Stato globale.
La guerra fece lo Stato, lo Stato fece la guerra.
Scrivevamo NEL 2001 ed è SEMPRE ATTUALE
Cominciano a volare le parole con la maiuscola tipiche dei tempi di guerra, Libertà, Civiltà, Giustizia, utilizzate secondo la bisogna a giustificare qualsiasi “necessario” intervento per riportare ordine pacifico nel mondo.
Gli Stati si ricompattano dentro le frontiere e il filo spinato torna ad essere srotolato lungo i confini. E’ prevedibile una militarizzazione della società come nelle epoche più buie della storia umana. ( Con 15 anni di anticipo abbiamo previsto quello che sta accadendo oggi)
Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera ( 17 ottobre 2001), in un articolo intitolato Il ritorno dello Stato, in guerra e in pace, dal sottotitolo Nell’era globale sembrava destinato a scomparire, ma l’11 settembre ha cambiato qualcosa, riporta una citazione del politologo americano Charles Tilly:<< La guerra fece lo Stato, lo Stato fece la guerra.>> e da questa evidentemente trae lo spunto per osservare che:…Ma la globalizzazione era l’indiziato principale nelle inchieste sulla <<fine>> dello Stato. Se la globalizzazione arretra o ristagna, allora lo Stato torna a svolgere un ruolo politico di primo piano. La causa di ciò è proprio la guerra. Cinquanta e passa anni di pace hanno fatto credere a molti, in Europa, che lo Stato sia, essenzialmente, un erogatore di servizi, si tratti di pensioni, scuola o sicurezza interna. Non è così. Lo Stato, nella sua vera essenza, è una macchina da guerra. Lo Stato nasce, sulle ceneri dell’anarchia feudale, dalla guerra. Ed è la guerra che lo fa diventare, nei secoli, una grande organizzazione burocratica. In Europa, terra che gli dà i natali, lo Stato sbaraglia, in una lunga competizione (armata) di tipo darwiniano, ogni altro genere di organizzazione politica, proprio perché si rivela la macchina da guerra più efficiente.[…] Con la guerra scatenata dall’islamismo radicale lo Stato è immediatamente tornato ad occupare l’intera scena. Gli Stati Uniti hanno dato vita a una coalizione antiterrorismo, ovviamente tutta composta di Stati. […] Lo stesso terrorismo, nonostante la sua pretesa di agire in nome della <<umma>>, la comunità dei credenti, ha in realtà di mira la conquista di alcuni Stati, Arabia Saudita in testa. E, per giunta, anche nell’epoca che era stata troppo facilmente definita post-statale e <<transnazionale>> da una certa vulgata sociologica, il terrorismo mostra di poter vivere solo finché può contare sulla complicità di certi Stati. […] La dimensione dello Stato adeguata per combattere le guerre, naturalmente, varia al variare delle condizioni tecnologiche, politiche, economiche. Se la sfida bellica in corso dovesse durare anni ( e purtroppo nulla fa pensare che non sia così), persino ciò che gli addetti ai lavori hanno fin qui ritenuto assai improbabile, ossia un conferimento parziale, ma comunque significativo, di vera <<statualità>> all’Unione Europea, potrebbe, nel volger di poco tempo, realizzarsi. Mai nella storia sistemi statali federali sono nati senza lo stimolo di qualche tremenda minaccia militare.
Lo Stato che alla fine verrà prodotto da questa guerra senza confini e senza frontiere, sarà uno Stato profondamente diverso da come lo abbiamo conosciuto fino ad ora.
Uno Stato senza un proprio territorio ma che ha un unico territorio: il mondo.
Questo è definito nella sua estensione dalle esigenze, principalmente, di difesa, e si estende fino a dove possono arrivare i suoi interessi economici.
Il popolo di questo Stato non sarà solo quello all’interno dei suoi confini, questi, di fatto, sono mobili, ma quello di volta in volta legittimato come tale dallo Stato stesso. Infatti non è più il popolo a fare lo Stato ma viceversa.
La guerra avviata a seguito dei fatti terroristici dell’11 settembre somiglia molto a quelle della Roma imperiale degli ultimi Cesari.
L’Impero anche allora aveva confini fluttuanti. La romanitas era l’unico modello di civiltà consentito e tutto quanto non era ricompreso nell’Impero era barbaro. Anche gli dei dovevano adeguarsi a questo principio. Il cristianesimo che lo rifiutò fu considerato infiltrazione barbara, religione, destabilizzante e ribelle, contro l’ordine costituito e come tale venne perseguitata.
L’obiettivo della guerra imperiale, allora, e globale, oggi, sostanzialmente è identico: eliminare la “barbarie” cioè quanto e quanti non si riconosco nel modello di civiltà imperiale, allora, globale, oggi. La condizione di “barbaro” si perde solo se e quando, anche, la propria diversità è vissuta all’interno dell’<<Impero>> .
L’obiettivo della guerra globale non è più la conquista territoriale ma il controllo del sistema tecnologico, economico e finanziario imposto al mondo intero o con la forza o con il consenso.
Questo non è altro che l’instaurarsi di quello che abbiamo definito l’Impero Mondiale Servile (Le sue caratteristiche verranno descritte nella Seconda Parte di questo libro).
Gli Usa si propongono in tutto questo come Stato che legittima tutti gli altri Stati a far parte dell’Impero, nella funzione di fonte internazionale della sovranità per i governanti di tutti gli altri Paesi.
Il Governo che venisse delegittimato dagli Usa non ha più titolo ad esercitare il potere, diventa automaticamente illegittimo, perciò stesso antidemocratico, contrario all’ordine costituito mondiale di cui la superpotenza statunitense si fa garante. Il presidente degli Usa, già oggi, nei confronti dei governanti degli altri Paesi del resto del mondo, svolge informalmente la funzione legittimante simile a quella che nel Medioevo fu svolta dal Papato, assiso fra i simboli imperiali romani, come garante dell’origine divina del potere dei monarchi dell’epoca sui rispettivi popoli.
Ieri la legittimazione papale veniva accordata previa un’analisi di conformità istituzionale alla dottrina cattolica. Oggi il gradimento statunitense è subordinato ad una verifica sulla democraticità dell’ordinamento, di fatto secondo gli interessi americani.
Se fino al 1989 questo potere “imperiale” era spartito con l’Unione Sovietica oggi è monopolio della sola superpotenza statunitense.
La guerra in atto serve a sancire tale situazione di fronte a tutti i popoli della Terra.
Come verrà combattuta la guerra per l’instaurazione dell’Impero Mondiale Servile, lo si può leggere su L’Espresso dell’11 ottobre 2001, sotto il titolo Con i missili e con il computer, è detto esplicitamente da Donald H. Rumsfeld, Segretario alla Difesa Usa: Questa sarà una guerra diversa da tutte le altre finora combattute dall’America. Non si tratterà di formare una grande alleanza unita per sconfiggere un’asse di potenze ostili, ma di creare paesi, che possono cambiare ed evolvere.Le varie nazioni coinvolte avranno funzioni e ruoli diversi. Alcune forniranno un sostegno diplomatico, altre finanziario, altre ancora, logistico o militare. Alcune ci aiuteranno pubblicamente, altre invece, date le loro particolari circostanze, in modo riservato e segreto. In questa guerra sarà la missione da compiere a definire la coalizione, non il contrario. I paesi che consideriamo amici potranno aiutarci attivamente o passivamente, mentre altre azioni che intraprenderemo potranno dipendere dal coinvolgimento di Paesi che abbiamo considerato invece meno che amici. In questo contesto,la decisione degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia saudita, amici degli Stati Uniti, di rompere i rapporti con i talebani è un primo importante successo, ma ciò non significa che parteciperanno ad ogni azione da noi concepita. Questa non sarà necessariamente una guerra in cui studieremo attentamente gli obiettivi militari e quali forze impiegare per raggiungerli. Le armi saranno soltanto uno degli strumenti che utilizzeremo per fermare individui, gruppi e nazioni che ricorrono al terrorismo. La nostra risposta potrà prevedere il lancio di missili Cruise contro bersagli militari in qualche parte del mondo. Ma già stiamo combattendo una guerra elettronica per individuare e bloccare investimenti di capitali che si spostano attraverso centri finanziari esteri. Le uniformi di questo conflitto non saranno soltanto le tute mimetiche, ma sicuramente anche le grisaglie dei funzionari di banca e gli abiti trasandati dei programmatori. Questa non è una guerra contro un singolo individuo, un gruppo, una religione o un paese. Il nostro nemico è una rete internazionale di organizzazioni terroristiche e di Stati che le proteggono, che impedisce agli uomini liberi di vivere come meglio credono. Pur contemplando azioni contro governi stranieri che favoriscono il terrorismo, possiamo anche stringere alleanze con i popoli che questi opprimono. Persino il vocabolario di questa guerra sarà diverso. Quando parliamo di “invasione del territorio nemico” , possiamo intendere anche l’invasione del suo cyberspazio. Non si tratta soltanto di lanciare teste di ponte ma anche di restringere i movimenti dell’avversario. Non dobbiamo pensare a strategie risolutive rapide, bensì prepararci a sostenere uno sforzo prolungato senza scadenze. Non abbiamo regole rigide sul dispiegamento delle nostre truppe, ma dovremo invece adottare dei criteri per stabilire se la forza militare sia o meno il modo migliore di raggiungere un determinato obiettivo. L’opinione pubblica può assistere a grandi mobilitazioni che non portano ad alcuna vittoria, o può non essere a conoscenza di altre azioni che invece producono grandi successi. Molte “battaglie” verranno combattute da funzionari di dogana che fermeranno persone sospette ai nostri confini e da diplomatici che otterranno una cooperazione nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco. Ma anche se questo è un diverso tipo di guerra, una cosa tuttavia non cambia: gli Stati Uniti restano indomabili. La nostra vittoria dipenderà dalla capacità degli americani di vivere la loro vita ogni giorno, andare al lavoro, allevare i figli e fare progetti per il futuro come ha sempre fatto questo popolo libero e coraggioso. ( traduzione di Mario Baccianini) Mancano solo gli <<uomini in nero>>, i MIB, i Men in Black, protagonisti dell’omonimo film di fantascienza di Barry Sonnenfeld, girato negli USA nel 1997. Questi, nel film sopra citato, hanno il compito di controllare, segretamente, gli extraterrestri infiltratisi sotto sembianze umane fra la popolazione mondiale.
Nel numero dell’Espresso del 3 gennaio 2008, in un articolo, intitolato “Desiderio di stelle e strisce” , a firma di Moises Naim ,direttore di “Foreign Policy” ,( traduzione di Anna Bissanti) si riscontra che il ruolo “imperiale” degli Stati Uniti sta evolvendo dalla fase dell’intervento “armato” a quello, di fatto, “governativo”.
Come dicevamo, questo ricalca la strategia imperiale dell’Impero romano. Dalla fase “hard”, attuata se necessario anche con le armi, si passa a quella “soft” , l’instaurazione, attraverso la costruzione, con i mezzi di persuasione di massa, del consenso popolare, di un governo di “civiltà”.
L’America è la superpotenza che sa farsi promotrice di iniziative internazionali innovative per affrontare le grandi sfide globali della nostra epoca, quali il cambiamento del clima, la proliferazione nucleare,il fondamentalismo islamico radicale e la criminalità.....Un esponente di primo piano del Governo americano ha dichiarato che <<Il successo consisterà sempre meno nell'imporre la propria volontà, e sempre più nel saper plasmare il comportamento di alleati, avversari e, più importante ancora, delle popolazioni di entrambi...Dobbiamo affrettarci a migliorare e incrementare sostanzialmente le spese legate al perfezionamento degli strumenti civili che garantiscono la sicurezza nazionale: la diplomazia, le comunicazioni strategiche,l’assistenza ai Paesi stranieri, l’azione civile, la ricostruzione e lo sviluppo economico>> ( dall’articolo sopra citato di Moises Naim).
Tutto questo l’America non lo farà “gratis” , neppure lo si può pretendere, ma come si legge nel citato articolo ....l’alternativa alla passività o alla negligenza americana ha un costo molto più alto, equivarrebbe a vivere in un vuoto anarchico, o peggio ancora in un mondo nel quale i vuoti sono riempiti in maniera incompleta o ancor più maldestramente dai regimi autocratici della Russia e della Cina, o ancora riempiti senza vigore dalla spesso impreparata Europa.
Nel mondo, da quando si è instaurata la civiltà, basata su regole giuridiche, inaugurata dall’Impero romano, non si è potuto più fare a meno di una potenza imperiale che assicurasse l’ordine e la giustizia, non solo tra gli uomini ma anche tra i popoli.
Il Governo mondiale è una necessità. Proprio questo rende indispensabile stabilire nel nome di quali valori di giustizia esso deve essere attuato. Quelli voluti dagli americani, dagli islamici, dai buddisti, dai laici, dai cattolici, eccetera, eccetera.?
| Timone di una nave turca catturata nella battaglia di Lepanto del 1571 appeso come trofeo in una cappella della Chiesa di Sant'Anastasia a Verona |

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