mercoledì 10 settembre 2014

”Melancolia I”:  500anni di un capolavoro
LO SGUARDO DI LUCIFERO
Figura 1 Albrecht Durer  Melancolia I (Particolare)
LO STATO MANGIA SOLDI E TEMPO
Foglio dello ZAMLAPEOPLE
Redazione: Prof. Avv. IERVOLINO SALVATORE: anarco-epistemologo,  direttore e fondatore – Stella Iervolino : Grafica ed icone – Paola Iervolino : Moda e tendenze – Maxi: Consulenza in comunicazione tecnologica – Gabry: Motori & Auto d’epoca -  Stampato in proprio Bimestrale senza prezzo Reg.Trib.VR n.1544 del 23 maggio 2003  Direttore Responsabile e Scientifico Prof. Dott.. Salvatore Iervolino avvocato  – Direzione:Via Contrada Polese,n.55-37136 Verona -  Per qualsiasi contestazione legale si elegge il Foro di Nola  Privacy: D.lg. 196/03: Non abbiamo banche dati di abbonati perché non abbiamo abbonati. La rivista viene inviata, di volta in volta, a discrezione della Direzione a persone i cui indirizzi sono presenti nel nostro archivio privato esclusivamente cartaceo per comunicazione fattaci dagli stessi a seguito di contatti personali o perché iscritti in elenchi e servizi di pubblico dominio o pubblicati. La rivista, inoltre, viene data brevi manu, ad libitum, a quanti ne facciano richiesta diretta o ne abbiano spontaneamente richiesto l’invio con qualsiasi mezzo. A scopo unicamente tuzioristico per quanto previsto dal D.Lgs.196/2003 si indica quale responsabile dello eventuale e/o occasionale trattamento dati di uso redazionale, senza l’uso di mezzi elettronici, il Direttore Responsabile a cui ci si può rivolgere per i diritti previsti dalla normativa citata e ai sensi dell’art.7 del D.lgs 196/2003 per opporsi all’invio della rivista. siervolino@alice.it –Tel./fax:045-953203 Copyright © 2013-4 Salvatore Iervolino   Produzione artistica e letteraria riservata.  “Zamlap” ( branded  house) è marchio registrato Il  materiale ricevuto e non richiesto non verrà restituito. Collaborazioni solo se espressamente richieste,  donazioni solo se formalmente confermate ed accettate. . La  Rivista –libro  di PENSIERO RAZIONALE NON SCIENTIFICO  per tutti e per nessuno, non dice molte cose ma molto   ARTISTIC  GUERRILLA — ANTIBUROCRAZIA– SCIENZA TRASVERSALE Un giornale o una rivista non è  il supporto su cui è stampato ma i contenuti che rappresenta ( R. Hernandez ) NeIle “faccine” di Zamlap il sorriso della Neo-Gioconda  Zamlap”, è  rivista che si indossa,  “HOUSE ORGAN”  dell’omonimo Studio scientifico di comunicazione artistica e ricerche umanistiche, diretto e  fondato dal  prof. Salvatore Iervolino,  pubblica i lavori dello Studio.   Ci  dedichiamo alle scienze inesatte o non ancora riconosciute,  in applicazione dell’anarchismo epistemologico, corretto  dal principio primo dello “zamlap” cioè dall’assenza di qualsiasi principio che  non sia quello della Verità. NON RICEVIAMO ALCUN CONTRIBUTO PUBBLICO - CI AUTOFINANZIAMO A SPESE NOSTRE – ACCETTIAMO SPONSORIZZAZIONI E DONAZIONI SENZA ALCUNA CONDIZIONE

L’ACCIDIA, un  MACIGNO  PER CAPPELLO
Il vizio dei tempi di crisi sotto l’ala di Lucifero
1514-2014: 500anni di un capolavoro
Il Cinquecentesimo anniversario dell’incisione
”Melancolia I” di Albrecht Dürer. I messaggi e i significati palesi ed occulti cercheremo di decifrare per leggere nelle 35 figure che compongono l’impianto rappresentativo dell’opera, il concentrato di simboli e metafore che ci trasmettono dopo cinque secoli, non ancora del tutto decifrato, un contenuto visivo di scienza matematica, di geometria, di alchimia, di filosofia e teologia. Tutto è incentrato su una figura principale, quella di Lucifero, rappresentato come un angelo che per la sua ambiguità ha tratto in inganno critici ed accademici di fama. Questi sono stati fuorviati dall’aspetto effeminato della raffigurazione tanto da identificare essa come figura femminile ma sappiamo che gli angeli non hanno sesso e perfettamente l’artista rende questa condizione asessuata. La melancolia è lo stato luciferino provocato dalla consopevolezza di non poter mai eguagliare Dio, di dover ammettere i propri limiti, è il rifiuto di volersi inginocchiare davanti al solo Dio fatto uomo, Gesù Cristo, ed, all’impossibilità di poterci fare come Dio e di eguagliarlo nella perfezione della Creazione. Le diverse interpretazioni dell’opera fornite da professori, critici  ed accademici non sono esatte in quanto hanno commesso il grossolano errore di vedere nell’angelo una figura femminile. E’ noto che l’angelo non ha sesso, non è né maschio né femmina. L’ errata definizione del personaggio del disegno, come figura femminile, ha provocato l’erronea interpretazione dell’opera che non è la raffigurazione dell’ <<alchimia>> ma del vizio capitale dell’accidia. L’errore ha portato fuori strada professori e critici quali Erwin Panofsky  e Maurizio Calvesi che alla decifrazione del capolavoro di Dürer dedicò il copioso saggio “ La Melanconia di Albrecht Dürer “ ( Einaudi 1993 Torino). Zamlap corregge il sapere accademico :

L’angelo della “Melancolia I “ di  Dürer  è LUCIFERO, lo sguardo è quello della melancolia, lo stesso che vediamo negli occhi di tanti giovani, di tanti artisti della musica rock e pop.
Figura 2Particolare di "Melancolia I" di Dürer
Accidia e Melancolia, i due peggiori mali che oggi affliggono l’essere umano e l’intera società. Queste sono le cause di quelle stragi familiari inspiegabili, di quei raptus di follia omicida che tante vittime hanno provocato e provocano in ogni parte del mondo.

accìdia s. f. [dal gr. κηδα «negligenza», comp. di - priv. e κ  δος «cura», assunto nel lat. tardo come acedia e acidia]. – Inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa: la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi a. (Umberto Galimberti). Più in partic., nella morale cattolica, negligenza nell’operare il bene e nell’esercitare le virtù (nell’antica tradizione teologica, uno dei sette peccati, o vizî, capitali). ( Enciclopedia Treccani)
MELANCOLIA
Enciclopedia Italiana (1934)
di E. L. - E. Ta.
MELANCOLIA (dal gr. μλας "nero" e χολ "bile"). - La melancolia o lipemania è la sindrome affettiva che ha per note fondamentali una tristezza morbosa e ostinata, indipendente dagli avvenimenti esterni, un pessimismo invincibile, un senso profondo di sfiducia e di avvilimento, che paralizza l'azione. Ogni impressione esterna riesce spiacevole, il pensiero s'aggira in una chiusa cerchia d'idee tristi. Dal pessimismo germogliano spesso veri delirî: di colpa, di miseria, di rovina propria e altrui, di rovina universale, d'indegnità, di dannazione, più di rado a tipo ipocondriaco. Frequenti sono le illusioni, coordinate coi delirî; nei casi più gravi, in cui la coscienza è profondamente turbata e la mente degl'infermi quasi del tutto separata dalla realtà, si possono avere allucinazioni terrifiche: visioni d'eccidî, di supplizî, di saccheggi, di scene atroci d'ogni sorta. Ogni idea d'azione evoca considerazioni dolorose, la visione di danni inevitabili: da ciò l'impossibilità di qualsiasi iniziativa, la ripugnanza per ogni azione. Il malessere psichico e l'oscurarsi della speranza conducono al disgusto attivo per la vita e al suicidio, ora improvviso, in un'esplosione d'angoscia insopportabile (raptus melancholicus), ora premeditato e apparecchiato con abilità, eludendo la sorveglianza. Quando vi sia un delirio di rovina generale, il suicidio può essere preceduto dalla strage di tutta la propria famiglia. Nella melancolia non manca mai un'insonnia tormentosa, più grave al principio della malattia. Meno costante è l'anoressia, e può condurre alla sitofobia, la quale per altro proviene pure da idee d'indegnità, da preoccupazioni ipocondriache, da propositi d'espiazione o di suicidio per inanizione. La digestione è laboriosa. Nelle crisi di più lunga durata l'anoressia cessa e si può avere anzi il bisogno di pasti frequenti, persino una vera bulimia. Quasi costante è una stitichezza ostinata e grave. Le crisi di melancolia durano intorno a un anno. Ma ve ne sono di due, quattro, persino dieci anni, e che pure finiscono col guarire totalmente. La sindrome melancolica compare, sia in modo caratteristico, sia con qualche nota impura, in ogni sorta di malattie mentali, organiche o funzionali: nella paralisi progressiva e nella demenza precoce o nell'isterismo, nella pellagra e nell'epilessia. Più spesso si presenta a sé e fa parte delle distimie o psicosi affettive: a ritmo alternato con l'esaltazione maniaca, a sbalzi senza ritmo regolare e isolata; nel quale ultimo caso può ripetersi due o più̇ volte o anche una sola volta nel corso d'una lunga vita. Gl'intervalli perfettamente normali abbracciano degli anni e dei decennî. Nell'età critica e nella vecchiaia la melancolia colpisce talvolta soggetti che non avevano mai presentato prima alcuna crisi distimica (v. distimie).

Melancolia 
Dizionario di Medicina (2010)
melancolia  Concetto legato alla storia della medicina (da Ippocrate a Galeno), che indica depressione, tristezza, a volte ipocondria. Ippocrate contrapponeva gli individui biliosi a quelli melancolici, sottolineando i caratteri anche viscerali e funzionali della m., che oggi si possono definire con atonia viscerale, ipotensione, somatizzazioni di origine depressiva, ecc.

I desideri, ed, in particolare, quello di volersi fare uguale
a Dio, provocano la melancolia.

La povertà non sorge dalla diminuzione delle ricchezze, ma dalla moltiplicazione dei desideri. ( Platone) Questo ci fa comprendere che la società attuale è costruita in modo tale da favorire la “moltiplicazione dei desideri” e, quindi, il diffondersi della povertà. Per difendersi da questa minaccia insita nella società contemporanea occorre sviluppare la capacità di controllare i propri desideri e “accontentarsi” di quello che si ha quando si ha a sufficienza. Il concetto di povertà va, però, corretto, adottando quello offerto dalla dottrina cattolica che definisce il povero chi ha quanto basta a soddisfare i propri bisogni mentre la miseria è la condizione di chi si trova nella impossibilità di far fronte alle sue necessità. Avere chiari questi due concetti di povertà e di miseria, ci consente di valutare esattamente le differenti condizioni che sono profondamente diverse. Essere poveri è una condizione di equilibrio ottimale che il cristiano accetta con serenità e non invidia la superiore ricchezza altrui, non bada a quanto gli altri possano avere più di lui, non desidera la roba d’altri o coltiva la bramosia di denaro, mentre essere miseri è una situazione di sofferenza di gravità pari soltanto alla malattia, alla perdita della salute del corpo e dello spirito. E’ una situazione a cui il cristiano deve reagire con tutte le sue forse ed il suo impegno, chiedendo aiuto a Dio, come quando si è affetti da una grave malattia, fiducioso dice a se stesso : aiutati che Dio ti aiuta. La mancata reazione alla miseria è sintomo che siamo caduti nel peccato di accidia. Situazione pericolosissima per la nostra vita e per la nostra anima, una malattia subdola e strisciante che ci può portare alla morte fisica, intellettuale e spirituale. Spesso è sottovalutata, il più delle volte ignorata, non se ne disconosce l’esistenza, i sintomi vengono trascurati, vi si affonda dentro come nelle sabbie mobili. L’accidia regna sovrana all’inferno ed il suo angelo è Lucifero. La migliore rappresentazione iconografica di questo “vizio” è quella della “Melancolia I” fatta, nel 1514,  da Albrecht Dürer (Norimberga 1471-1528), è uno dei nostri artisti preferiti, inserito nell’elenco “Zamlap” dei grandi. In questa incisione troviamo tutti gli elementi che caratterizzano il vizio-peccato dell’accidia, una malattia del carattere, della volontà e dello spirito, e, vi è raffigurato il suo demone, Lucifero, si manifesta con lo scoraggiamento, la noia e la tristezza. L’accidia, dunque, si manifesta come negligenza, indifferenza, disinteresse, diventiamo trasandati, progressivamente trascuriamo i nostri impegni. Ci sentiamo abbattuti e scoraggiati, si avverte prostrazione, stanchezza, facciamo sempre più fatica ad alzarci dal letto la mattina e a staccarci dalla tivù, abulia, noia e depressione ci fanno compagnia tutto il giorno. Avvertiamo uno smarrimento estremo di fronte a qualsiasi impegno ci si presenta davanti, non sappiamo da dove cominciare e  rinunciamo ad affrontarlo, diventiamo incapaci a mettere ordine nella nostra esistenza, ad organizzare la nostra giornata, ci trasciniamo per casa in pantofole ed apriamo svogliatamente il frigo, miseramente vuoto, non ci va di uscire a fare la spesa, sgranocchiamo un cracker, si sputa bile rancorosi verso tutto e tutti. L’accidia rende il nostro comportamento instabile, disordinato, imprevedibile, fuga dalla realtà ed dagli impegni . La vita, ridotta a granelli di sabbia, scorre tra le nostre mani, ce ne sentiamo svuotati anziché avvertire la pienezza del tempo speso bene, avvertiamo di non poterla controllare, le scadenze ci avvolgono in un intrico inestricabile e crescente, non sappiamo più come venirne fuori, siamo smarriti, come se fossimo in apnea, nuotiamo nel vuoto alla ricerca della superfice, nel tentativo di risalire alla luce e all’aria, oppressi da un soffocante senso di impotenza. Sono caratteristiche complesse e confuse, si mescolano pensieri provenienti da pulsioni diverse, quello che si ha non ci soddisfa, desideriamo tutto quanto possa solleticare l’immaginazione senza alcuna concretezza, una forma di accidia è il bovarysmo, termine derivato dal celebre romanzo dello scrittore francese Gustave Flaubert, Madame Bovary, la quale, sempre insoddisfatta di tutto ciò che la circonda, non farà mai nulla per rimediare a questa sua situazione.  Si percepisce la propria esistenza come priva di spinta, di tensione, come sospesa nel vuoto, nella noia, nella svogliatezza, si è incapaci di concentrarsi su una determinata attività, afflitti da spossatezza e ansia. Viene a mancare la forza centripeta verso uno scopo, un centro intorno al quale far girare le componenti della persona, la perdita di scopo sembra irrimediabile e trascina tutto in un vuoto senza fine. L'angoscia e l'ansietà ci mostrano una vita senza punti fermi, senza sicurezze né certezze, come poggiata su di una superficie scivolosa, fluttuante. Altri sintomi dell'accidia sono indifferenza e instabilità. Quest’ultima si manifesta in diversi modi: dal cambiare casa o lavoro, al fuggire verso situazioni ritenute ideali; dall'instabilità di umore all'instabilità di giudizio; dall'instabilità nei rapporti interpersonali alla sfiducia verso se stessi. Si cerca di ovviare con la ricerca di sempre nuove emozioni e divertimenti. La paura di lasciare spazi vuoti da impegni sono palliativi di fronte a una situazione esistenziale che si profila vuota, priva di senso. Pascal diceva  :"Ho scoperto che tutta l'infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non saper starsene in pace, in una camera". Il sintomo conclusivo dell'accidia è lo sconforto, la perdita di speranza fino alla disperazione come impossibilità di vedere qualche cosa di buono e di positivo, tutto viene ridotto al negativismo e si colora di  pessimismo. L'insoddisfazione diventa la modalità normale di affrontare l'esistenza, e spesso anche ogni possibilità di futuro diventa inimmaginabile.  L’accidia non ha una sola causa, è una realtà complessa e deriva da molteplici situazioni. Una delle cause più frequenti è il narcisismo, il solipsismo, l’orgoglio stizzoso, un amore smisurato per se stessi, questa passione ci imprigiona nel nostro io, impedisce di sviluppare empatia e relazioni soddisfacenti con gli altri, toglie la consapevolezza dei propri limiti. Il quadro di Caravaggio “Narciso” rende esattamente la situazione: vediamo solo noi stessi e perdiamo di vista il mondo e gli altri intorno a noi.


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Figura 3 Caravaggio "Narciso" (1594-1596)

L’amore è una forza che va portata fuori da sé, se rimane in noi stessi può soffocarci e l’amore di sé diventa un idolo cannibale, divora la nostra vita. Se l'io è il centro assoluto del proprio mondo, tutto viene valutato in funzione dei propri bisogni, della propria idea, dei propri desideri e giudizi. Ci sono inoltre due cause, apparentemente in contraddizione tra loro, che favoriscono l'accidia, sono l'ozio e l'attivismo cioè l’impegno dispersivo e superiore alle nostre energie di tempo e capacità.

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Figura 4Jacques Callot "Accidia" (1620)

·        L'ozio non inteso in senso “nobile”, come diremo più avanti, ma come mancanza di occupazioni, di interessi, che ci allontana dalla realtà e trasforma la nostra esistenza in qualcosa di amorfo, inconsistente. Davanti ad ogni prospettiva di azione l'ozioso si chiede "a che pro?" e fa un deserto della propria vita. Anche lavoro e impegni eccessivi sortiscono lo stesso effetto quando disperdono le nostre forze e creano molti punti di riferimento non collegati tra di loro, tanto che rimaniamo schiacciati da un compito al di sopra delle nostre forze. Per combattere l'accidia occorre rimettere in equilibrio la propria vita, praticare la discrezione e coltivare la moderazione per commisurare la propria vita e ciò che si fa alle nostre possibilità e potenzialità. E’ antica saggezza quella che suggerisce di avere consapevolezza dei propri limiti e possibilità per avere un effettivo dominio di noi stessi. Occorre evitare in ogni caso di fuggire di fronte a questa situazione esistenziale. La fuga si risolve in un’illusione, quella  di trovare altrove o diversamente una liberazione al di fuori di noi stessi, negli altri  o in mondi artificiali. L’accidia ci costringe a ritrovare noi stessi, ad accettarci per quello che siamo e a rivolgere il nostro sguardo agli altri e al mondo intorno a noi. Nella rappresentazione di Dürer, sotto riportata,  è rappresentata in maniera incomparabile la situazione esistenziale in cui ci sprofonda l’accidia. La scritta “Melancolia I” sopra l’orizzonte è sorretta da un pipistrello, simbolo della morte, delle forze oscure, animale dagli antichi pagani dedicato a Saturno, nel simbolismo alchemico allude alla notte alchimistica a significare la nigredo, la putrefactio, nei bestiari medioevali simboleggiava l’idolatria, il peccatore che vive nelle tenebre. La “nigredo” era chiamata dagli alchimisti anche inferno.  Questo ci dice che l’accidia è uno stato d’animo che proviene dalle profondità ctonie del nostro animo, dal magma oscuro dell’essere, dalla parte tenebrosa di noi stessi, quando ci allontaniamo dalla luce della Fede. La stella cometa somiglia ad un meteorite, richiama ad una stella caduta, ad un angelo decaduto, appunto Lucifero che, come Narciso, si specchia nella superficie piatta del mare. Questo sfondo è racchiuso nell’arcobaleno, il ponte tra Dio e la terra. La stella è sospesa sul mare simbolo della materia liquida di cui sono fatti i sogni, le fantasticherie. L’arcobaleno racchiude, come il perimetro di una sfera, questo mondo liquido, un mondo in formazione a cui Dio tende una mano attraverso di esso ma l’angelo resta distratto, con il viso imbronciato ed uno sguardo lampeggiante a mirare qualcosa al di fuori del quadro, impugna un compasso in maniera maldestra ed annoiata, come se fosse disinteressato ad usarlo correttamente, a compiere con precisione il proprio lavoro. Il puttino con il viso oscurato, posto vicino a Lucifero, sulla ruota di una macina, impugna un chiodo ed è nell’atto di incidere una tavoletta forata da cui pende un nastro. Potrebbe essere Mercurio o Cupido che invece dell’arco impugna un chiodo, il “chiodo fisso” di una passione che però è rivolta verso se stessi, incide solo su noi stessi. Dalla cintola dell’angelo pendono quattro chiavi, rappresentano l’accesso al mondo iniziatico. Nelle leggende sono spesso citate tre chiavi ed indicano le tappe dell’iniziazione. L’angelo le possiede ma non le usa, al pari degli strumenti di lavoro che giacciono disordinatamente sparsi ai suoi piedi e alle borse per i denari che sono flosce e vuote a significare che l’accidia non porta ricchezza. L’angelo ha tutti i mezzi per compiere l’opera ma non li usa. Il cane accucciato ai suoi piedi è rinsecchito, consumato rappresenta lo struggimento e la consunzione della propria condizione spirituale. La scala a pioli poggiata ad una torretta squadrata, il forno, l’athanor richiama l’arcobaleno e simboleggia il sognare ad occhi aperti, il fantasticare inconcludente, è una scala che sembra portare da nessuna parte. Tre oggetti sovrastano le due figure del putto e di Lucifero, sono la bilancia, la clessidra e la campana, quest’ultima posta sopra al “quadrato magico”. Riteniamo che la bilancia stia a simboleggiare Saturno-Cronos, il tempo e, dato che i piatti sono in perfetto equilibrio, indichi l’equivalenza del giorno e della notte, che all’inferno non vi è differenza tra il giorno e la notte ed anche l’equilibrio di tutte le forze, di tutte le cose per cui nessuna di esse è destinata a prevalere e tutte sono nella stessa condizione. La bilancia è anche il settimo segno dello zodiaco e richiama la figura del sette contenuta nel quadrato magico. Quest’ultimo è posto sulla stessa parete con la clessidra. Questa compare anche nelle altre due incisioni del trittico Meisterstiche costituito da “San Gerolamo nel suo studio” ed “Il cavaliere, la morte ed il diavolo”.  La clessidra è un oggetto che evidentemente affascina Dürer per il suo simbolismo chiaro, riferito allo scorrere del tempo, ma anche per i suoi significati più profondi: “ La clessidra o orologio a sabbia rappresenta l’<<eterno scorrere del tempo>> (Lamartine) : il compimento del suo flusso inesorabile corrisponde, nel ciclo umano, alla morte, ma esprime anche una possibilità di rovesciamento del tempo, un ritorno alle origini. La sua forma caratterizzata da due comparti collegati da un foro sottilissimo, mostra l’analogia e l’interscambiabilità fra l’alto ed il basso giacché, per farla funzionare, occorre rovesciarla continuamente. In essa, vuoto e pieno si avvicendano; vi è un passaggio continuo dal superiore all’inferiore, cioè dal celeste al terreno e, viceversa, dal terreno al celeste, corrispondente all’immagine della scelta, mistica e alchimistica.” ( dal “Dizionario dei simboli” 1986 – Milano)…. Nel nuovo secolo, la clessidra verrà riutilizzata, "presa e piegata" per moderni studi filosofici. Da sempre l'uomo si guarda intorno smanioso di sapere, smanioso di avere conoscenza, mai però si ragguaglia realmente e centra la giusta focale, si spinge sempre troppo poco, l'iperrealtà sta al di sopra, l'iperrealtà sta al di là, sta dove lo studioso cammina. Prendendo come riferimento la clessidra ed il suo essere clessidra, di tempo, reale ed astratto, possiamo comprendere la relatività della vita, la relatività dell'istante, la relatività del tempo che scorre sulla nostra età; da qui l'enunciato: Prendiamo una clessidra, concentriamoci sulla sua architettura e fermiamoci a quel punto di mezzo, quel lembo cavo che divide il prima dal dopo tramite il durante (l'unico presente che riusciamo a percepire) modifichiamone l'aspetto e pensiamo quel lembo di vetro soffiato più lungo e contorto, così facendo il durante (dove la sabbia passa tra il prima ed il dopo) durerà di più, eppure il tempo di quella clessidra sarà il medesimo. Questo può spiegare in modo concettuale, la relatività della nostra percezione sul tempo, da qui ne evinceremo che se più le nostre strade saranno contorte e difficili, più allungheremo la nostra percezione del durante, perpetuando così il nostro presente. ( da Wikipedia). Cosa significa, dunque, per  Albrecht Dürer, la clessidra?  Se ne deduce che egli era assolutamente a conoscenza dei significati  simbolici, sopra riportati, soprattutto quello relativo al “ passaggio continuo dal superiore all’inferiore, cioè dal celeste al terreno e, viceversa, dal terreno al celeste, corrispondente all’immagine della scelta, mistica e alchimistica.“ Questo “passaggio” tra il microcosmo ed il macrocosmo è già richiamato,  a destra della raffigurazione,  dall’arcobaleno e dalla scala a pioli appoggiata alla torretta-forno-athanor. Questo è l’aspetto profondo della “melancolia”, il sentimento di chi è sul confine del  “mondo”, al bivio tra la terra ed il cielo, una condizione che impone una scelta, che indica una dinamica in divenire, un essere in formazione, quello che ci comunica il quadrato magico attaccato alla parete accanto alla clessidra e sovrastato dalla campana, un sentimento che è utile solo all’artista, al creativo. La costante di magia del quadrato magico è il 34. Perché il 34? ( da Wikipedia): 34 è la somma delle lettere, posizionate nell'alfabeto ebraico, che formano la parola בית, che sono la 22a la ת, la 10a, la י e la 2a la ב, tale parola corrisponde alla seconda consonante dell'alfabeto ebraico, cioè la בית, ed è la prima lettera con cui ha inizio la Bibbia. È anche uguale a π(3! + 4!). Nella Smorfia il numero 34 è la testa ( il cranio è simbolo del crogiuolo dell’alchimista, è nel cranio che si compie il processo di  trasformazione spirituale dell’essere umano, il cranio svolge la stessa funzione del crogiuolo nel processo alchemico dove vengono a fondersi e trasformarsi gli elementi psoti in esso dall’alchimista). 34 è anche il numero atomico del selenio  dal greco σελήνη, selene, che vuol dire "Luna"; denominato così perché, quando da fuso lo si raffredda rapidamente, forma una massa che ha uno splendore metallico simile a quello dell'argento, cui gli alchimisti davano il simbolo e il nome di luna.  Noi aggiungiamo che è dalla 34esima settimana di gravidanza che il bambino e la madre aumentano di peso. La placenta raggiunge la maturità in questa settimana e da essa inizierà ad “invecchiare”. 34 è anche riferibile al “Pi greco” al 3,14. Dürer è anche un matematico ed è interessato al problema della quadratura del cerchio che proprio il “Pi greco” esclude possa realizzarsi ed adattò questo simbolo nel proprio monogramma, il primo artista ad usarlo al posto della firma,  modificando la “A” in modo che somigliasse al π. Il quadrato magico spiegherebbe anche il significato della sfera e del solido geometrico, un poliedro la cui vera faccia è un rombo. Orbene se caliamo il rombo sulla sfera questa viene in esso racchiusa a costituire un “cerchio magico” simile a quello che ritroviamo nel “cerchio magico” della Clavicola di Salomone.  Tra il poliedro  e la sfera c’è il cane, pelle e ossa, accucciato a ciambella.  Questo animale è simbolo antichissimo: “…In tutte le mitologie il cane ( Anubis, T’ien-K’uan, Cerbero, Xolotl, Garm, ecc.) è sempre stato associato alla morte, agli inferi, al mondo sotterraneo, ai regni invisibili governati dalle divinità ctonie o seleniche. Il simbolo, molto complesso, del cane sembrerebbe quindi, a prima vista, collegato alla trilogia degli elementi – terra, acqua, luna – di cui si conosce il significato occulto, femminile, vegetativo, sessuale, divinatorio, fondamentale tanto per il concetto di inconscio quanto per quello di subconscio….La prima funzione mitica del cane, universalmente documentata, è quella di psicopompo: è la guida dell’uomo nella notte della morte, dopo essere stato il suo compagno nel giorno della vita. …” ( dal “Dizionario dei simboli”   1986 – Milano) Il cane nella raffigurazione che analizziamo si trova tra il poliedro e la sferra a significare il suo superamento nella consunzione, quando si sarà consumato sarà possibile unire il poliedro alla sfera e realizzare il “Cerchio magico”. Il cane rappresenta il saggio o il santo che attraverso la purificazione ascetica raggiunge il compimento dell’opera attraversando la notte oscura dell’ignoto sapere. A questo punto può suonare la campana che si trova a fianco della clessidra ed è collegata all’esterno della raffigurazione da una corda. Al di fuori della immagine creata dall’artista, al di fuori del quadrato della rappresentazione c’è il mondo infinito, il mondo non definito, il caos. Questo è rappresentato dalla sfera nella quale si inserisce l’opera con i suoi confini, con il mondo da esso creato e realizza così la quadratura del cerchio dicendoci che ogni “quadro” , ogni opera d’arte è una “quadratura del cerchio” una porzione di mondo sottratta al caos. La campana, infatti, è anch’essa simbolo come quello del cane, della clessidra, della scala, dell’arcobaleno, di collegamento con tutto quanto è sospeso tra la terra ed il cielo, di quello che è dopo il confine con la realtà percepita, sensibile, materiale e di quanto si trova nell’al di là, nella dimensione ”invisibile”. L’artista per essere tale deve essere in grado di aprire la “porta” tra il mondo visibile ed invisibile. Ci può aiutare a comprendere questo il conosciutissimo racconto di Lewis Carrol “Alice nel paese delle meraviglie” . Il “dietro allo specchio” di Alice è l’equivalente di  “dietro al quadro” in Dürer che ci introduce così negli universi paralleli ed inversi e ci troviamo a stringere nella mano la cordicella collegata alla campana nella scena di “Melancolia I”.
Figura 5Monogramma di Dürer






Figura 6 "Melancolia I" - Quadrato magico Albrecht Dürer


                                                              
Figura 7 San Gerolamo nel suo studio- Albrecht Dürer



                                                
Figura 8 Il cavaliere, la morte ed il diavolo. Albrecht Dürer

Figura 9 Albrecht Dürer “Melancolia I “ (1514)

La migliore esposizione dell’accidia, ne condividiamo appieno anche il collegamento con l’opera di Dürer, l’abbiamo trovata sul “web”, è contenuta nell’articolo “Il gran vizio dei tempi di crisi - Narciso e l’accidia” di Virgilio Bruni, del 12 maggio 2013, sul sito di “Avvenire.it” ( le sottolineature ed il grassetto sono nostri) :… I fon­datori dell’ethos dell’Occidente, dai greci ai filosofi medioevali, pensavano invece concordi che l’accidia fosse un grande vi­zio, cioè un vizio capitale, perché è all’o­rigine (capostipite) di altre forme deriva­te di disordini o di malattie del vivere, qua­li la pigrizia, l’incostanza, l’incuria (che è la prima etimologia dell’accidia), la man­canza di senso della vita, la rassegnazio­ne e le depressioni, a volte anche quelle cliniche. Per capirlo occorre tornare a quelle civiltà, e ricordare che per quell’u­manesimo l’accidia minacciava non solo il bene del singolo, ma, come ogni vizio, anche il bene comune e la pubblica feli­cità, che sono il frutto dell’azione di per­sone dedite e impegnate. La vita buona è vita attiva, è compito, dinamismo, impe­gno civile, politico, economico, lavorati­vo. Per questa ragione quando nel corpo sociale si insinua il virus dell’accidia, oc­corre combatterlo, respingerlo, espeller­lo, per non morire. Il vizio, come la virtù, è prima di tutto u­na categoria civile: le virtù sono buone strade per la fioritura umana o felicità, i vizi ci deviano e portano all’appassimen­to della vita. Con i vizi, e senza le virtù, la vita non funziona. Non sono singole a­zioni sbagliate, ma stati morali ed esi­stenziali nei quali si precipita pian piano, e non sempre come scelta intenzionale, compiuta dalla persona nella consape­volezza della strada che stava imboccan­do (anche per questo il vizio non coinci­de con il peccato). Il vizio, poi, è anche un piacere sbagliato e piccolo, che impedi­sce di raggiungere quello buono e gran­de legato all’uso corretto (virtuoso) del corpo e dello spirito, dei singoli e delle co­munità. È l’accontentarsi delle ghiande dei porci e perdere i cibi della tavola di ca­sa. Questa ricerca di un piacere piccolo e sba­gliato si ritrova anche nell’accidia, seb­bene possa apparirci meno evidente ri­spetto alla gola, all’avarizia o alla lussuria. L’accidia arriva in seguito a traumi, crisi, delusioni, lutti, fallimenti, a ferite. Invece di mettercela tutta per riprendersi e rial­zarsi, ci si crogiola nel proprio male, ci si commisera, ci si lecca le ferite. In questo crogiolamento accidioso si riesce a pro­vare anche una certa consolazione e per­sino una forma di piacere, un dolce nau­fragar che fa sopravviverema non vive­re – dopo la crisi. Oggi la nostra civiltà dei consumi ci offre molte merci che ci ren­dono più piacevole la coltivazione del­l’accidia (pensiamo, ancora, alla tv), am­plificando le sue trappole. ( Attenti, quindi, alle “trappole”  dei network, facebook, twitter, le chat, i blog, i messaggi e messaggini con il telefono, l’uso ossessivo degli smartphone per fotografare e navigare su internet. L’utilizzo inappropriato della  tecnologia multimediale favorisce la caduta nell’accidia, ci attira come il canto delle sirene, sugli scogli della malsana abitudine di vagare per il web a curiosare nella vita degli altri, accessibile attraverso l’enorme “buco della serratura” offertoci da internet. Neppure è da dimenticare la ludopatia, una dipendenza favorita dall’accidia come quella della pornografia e dei video giochi. N.d.R.).  Questo piace­re accidioso è però un piacere sbagliato, miope e molto piccolo, perché non è la passività narcisistica dell’accidia la giu­sta elaborazione dei nostri fallimenti, ma, ce lo ricorda la saggezza antica, la vita at­tiva,  l’uscir fuori di casa, il mettersi in cam­mino con sollecitudine... Per questo una malattia attuale, anche questa endemica e sociale, che assomiglia molto all’antica accidia, è il narcisismo. L’accidia è quindi un grande vizio, perché quando prende piede ci porta a stare male e a vivere male, e se non curata porta a delle vere morti spirituali di persone – ce ne sono tante oggi, se sappiamo vederle, nel mondo dell’impresa e del lavoro –, che dopo una grossa crisi rinunciano a vivere e a far vivere chi è loro accanto, proprio perché incapaci di ricominciare a vivere e far vivere. Che cosa sia l’accidia, o la melancolia, ce lo dice con la forza tipica della grande arte la misteriosa incisione di Dürer, dove la melancolia (sinonimo, in quel tempo, di accidia e tristezza) è rappresentata da un piccolo essere mostruoso che impedisce all’autore di usare i suoi strumenti di lavoro, che giacciono per terra abbandonati. E sullo sfondo un cielo stellato. Lavoro e stelle, due elementi che durante i tempi dominati dall’accidia cadono assieme. Come negli anni quando fu creato questo capolavoro, che sono quelli del Principe di Machiavelli, del tramonto dell’umanesimo civile, di guerre civili in Italia e di lotte di religione in Europa. E quindi dell’accidia che accompagnava quei tempi di crisi, e accompagna i nostri. Come per tutti i vizi, la cura più efficace è individuare i primi sintomi e bloccare subito il processo veloce e cumulativo. Non chiudere i processi, lasciare i lavori a metà, non rileggere l’ultima bozza di un articolo, provare tedio per il lavoro ben fatto, ripetere spesso a se stesso: 'Ma chi me lo fare?', 'Non ne vale la pena'. Sono, questi, i primi sintomi di accidia incipiente. L’antica saggezza dell’etica delle virtù e dei vizi ci suggerisce che quando avvertiamo i primi segnali, dobbiamo reagire subito e «senza indugio»il vizio consiste nell’assenza di questa reazione decisa, non nel sentire i sintomi. 'Mi alzerò e andrò da mio padre': è questa la risposta virtuosa all’accidia a cui basterebbero le ghiande. Nell’incisione di Dürer insieme agli strumenti del lavoro abbandonati c’è anche il cielo stellato, ma quell’uomo melanconico guarda da un’altra parte. La crisi è devastante quando ci spegne nell’anima i desideri. Il desiderio ha bisogno delle crisi, perché nasce proprio dall’assenza e dalla caduta delle stelle ( de-sidera, cioè mancanza di stelle) e dalla voglia di ritrovarle. Chi cade nell’accidia si accontenta di un cielo abbuiato, non vuol più riveder le stelle. E troppo spesso questo triste accontentarsi dipende dalle solitudini, dalla mancanza della compagnia di qualcuno che sa stare accanto, e che sa portare a riveder le stelle. Da questa crisi, troppo seria per appaltarla alle sole scelte economiche e finanziarie, usciremo trasformando rassegnazioni, abbattimenti e accidie di molti cittadini e di intere nazioni in nuovi progetti politici e in un nuovo entusiasmo civile, riaggregando solitudini in destini sociali comuni, passioni tristi e sterili in passioni liete e generative, vizi in virtù civili. Ce la faremo? ​​​​Questa riportata, riteniamo sia la interpretazione più esatta ed utile dell’incisione di Dürer. Erudite ma fuorvianti e non chiarificatrici sono altre interpretazioni dell’opera, come quelle riassunte nel catalogo della mostra Albrecht Dürer. Le stampe della collezione di Novara, a cura di Paolo Bellini, Interlinea (catalogo della mostra di Novara 16 dicembre 2011 – 28 febbraio 2012 ) che a proposito della “Melancolia I” riporta : …..Bulino, mm 240×185. A destra, verso il basso, sul gradino, «1514» e, sotto, il monogramma dell’artista; in alto a sinistra «Melencolia I». Esemplare di II stato su due, con il nove nel senso corretto. Qualche macchia in alto.Bibl.: Bartsch 74; Meder 75; Panofsky 147; TIB 074; Fara 54. Inv. 1061. In un ambiente cupo illuminato parzialmente da alcuni bagliori, siede una figura femminile alata nei pressi di una torretta, identificata solitamente con una fornace; nelle vicinanze vi è uno specchio d’acqua sorvolato da una cometa e sovrastato da un arcobaleno. Tutt’intorno vi è una grande quantità di oggetti di varia natura: molti sono utilizzati comunemente dagli artigiani e dagli artisti, altri, ad esempio il parallelepipedo a sinistra, la sfera in basso e il “quadrato magico” in alto a destra, hanno un valore simbolico. La figura femminile è da identificare, come indicato anche dalla scritta presente sulle ali del pipistrello, come la personificazione della Malinconia. Il termine, derivante dal sostantivo greco composto da µev¬å~ (nero) e colhv (bile), significa “bile nera”, ovvero uno dei quattro umori (sangue, linfa, bile e bile nera) che secondo Ippocrate concorrevano alla formazione del carattere ma, qualora uno di questi fosse prevalso sugli altri creando squilibrio, avrebbero causato i temperamenti anomali, ovvero sanguigno, flemmatico, bilioso o melanconico. Ad oggi le interpretazioni dell’opera sono numerose e pertanto qui si segnalano le tre ritenute più accreditate, senza che nessuna di loro sia universalmente riconosciuta (lo studio di riferimento che ne svolge una ricognizione e avanza un’ulteriore supposizione è quello di Schuster del 1991). Una delle ipotesi più antiche è stata formulata da Lippmann (1893, p. 51) che riprende il testo Margaritha Philosphica di Gregor Reisch (un trattato enciclopedico pubblicato nel 1504 e 1508), affermando che l’opera in esame vada accorpata al Cavaliere, la Morte e il Diavolo e al San Gerolamo nello studio poiché esse rappresenterebbero, in ordine, le virtù intellettuali, morali, teologiche. Nello stesso testo si trova, inoltre, un possibile  precedente iconografico poiché è raffigurata la personificazione della Geometria come una donna seduta a un tavolo mentre con un compasso misura una sfera, circondata da molti oggetti e figure impegnate in attività di misurazione e studio, utilizzando diversi strumenti, molti dei quali ripresi da Dürer. Un’altra rilevante interpretazione dell’opera è stata proposta da Panofsky nel 1943 (2006, pp. 203-222): lo studioso riprende la teoria dei quattro umori rilevando come per i filosofi contemporanei a Dürer, esponenti del neoplatonismo vicini a Cornelio Agrippa di Nettesheim, il temperamento malinconico, quando non eccessivo, fosse, contrariamente alla teoria antica, favorevole alla formazione di personalità geniali nel campo artistico e letterario. Questo concetto è iconograficamente associato, nell’opera di Dürer, alla Geometria, rappresentata da numerosi strumenti: ad esempio, il libro, il calamaio e il compasso raffigurano la geometria pura, il quadrato magico, la clessidra, la campana e la bilancia simboleggiano la misurazione dello spazio e del tempo, gli strumenti tecnici la geometria applicata, il romboide la stereografia. Tramite l’associazione di malinconia e geometria Dürer avrebbe creato un’immagine non solo simbolica ma anche fortemente psicologica, espressiva della malinconia dell’artista, che aspira a un’arte perfetta ma si scontra con la finitezza umana, offrendo con questa immagine, secondo le parole dello stesso Panofsky, un potente «autoritratto spirituale». Diversamente da questa interpretazione quella di Calvesi (1969, pp. 37-96) offre una lettura in chiave alchimistica: la figura sarebbe la personificazione della “melanosi” (o “nigredo”) corrispondente al primo momento del processo creativo, in cui l’uomo, come un artista, si propone di mutare tramite l’immaginazione la realtà. Da qui deriva la spiegazione degli oggetti che circondano la Malinconia, tutti strumenti e simboli inerenti al fare alchemico: ad esempio, il putto è interpretato come Mercurio, che presiede alle operazioni, la scala ha sette gradini, che rappresentano i diversi gradi di ascesa dalla materia all’elevazione spirituale. Il parallelismo tra l’evoluzione spirituale alchemica e quella artistica (entrambi prevedono operazioni mentali e pratiche) sarebbe pertanto evidente.
Figura 10 I contadini "pigri" dormono invece di lavorare: questi rappresentano la pigrizia e sono riportati nella parabola del grano e della zizzania, 1624, da Abraham Bloemaert ( da Wikipedia). Si nota il diavolo sullo sfondo che sta spargendo la zizzania nel campo. Il diavolo approfitta della nostra accidia per sostituire la sua opera alla nostra.

Il concetto di <<OFELIMITA’>> e di << UTILITA’>>. ( Tratto da “Corso di economia politica” di Vilfredo Pareto – 1949 – Giulio Einaudi editore- Torino)

<<… Il nostro studio ha per oggetto i fenomeni che risultano dalle azioni  che gli uomini compiono per procurarsi le cose da cui traggono la soddisfazione dei loro bisogni e dei loro desideri….Ci varremo del termine ofelimità, dal greco ώφέλιμος, per esprimere il rapporto di convenienza, che fa sì che una cosa soddisfi un bisogno o un desiderio, legittimo o meno….avremo bisogno pure d’adoperare il termine utile nella sua accezione ordinaria, per designare cioè la proprietà che ha una cosa di favorire lo sviluppo e la prosperità d’un individuo, d’una razza o di tutta la specie umana….Alcuni esempi concreti….L’oro aveva una certa ofelimità per gli indiani delle Antille; è dubbio se esso sia loro mai stato utile; divenne loro assai nocivo suscitando la cupidigia degli spagnoli…L’imparare a leggere non è affatto ofelimo per alcun bambino; è on di meno cosa estremamente utile….L’ofelimità è una qualità interamente soggettiva. Onde esista occorre che vi sia almeno un uomo e una cosa. Se la razza umana scomparisse dalla terra, l’oro continuerebbe ad essere un metallo raro…ma la sua ofelimità non esisterebbe più….Questo carattere, proprio dell’ofelimità, d’essere soggettiva è fondamentale….L’ofelimità la consideriamo senz’altro come un fatto che non si discute; non presenta alcuna difficoltà. Altrettanto non si può dire dell’utilità….La difficoltà dei problemi dell’utilità aumenta ulteriormente per via del carattere vago della definizione…..I buddisti han voluto, pare, identificare l’utilità con la distruzione integrale d’ogni specie d’ofelimità nell’individuo….Quando parleremo di utilità assumeremo quale criterio distintivo il benessere materiale e il progresso scientifico e morale quale è inteso abbastanza generalmente dagli uomini delle nazioni civili…L’utilità economica sarebbe quella che assicurerebbe il benessere materiale….>>

Questi concetti di “ofelimità” e di “utilità” ci aiuteranno a comprendere la differenza che passa tra beni di lusso e beni di consumo, tra stili di vita e forme di esistenza, tra eleganza e volgarità.  Per leggere e capire “Zamlap” occorre possedere delle nozioni basi di economia e filosofia che ci preoccuperemo di fornire, mano a mano che si presenterà l’occasione, ad uso dei lettori che non hanno avuto tempo e occasione per approfondirli in altra sede.

Per completare la conoscenza dei concetti di ofelimità ed utilità riteniamo fondamentale conoscere la “teoria dei bisogni” dello psico-filosofo statunitense Abraham  Maslow  sintetizzata nella “piramide” o “scala” dei bisogni. Il “bisogno” è la molla dell’agire umano. Questa è stata la semplice intuizione “zamlap” di Maslow. I “bisogni” sono la causa delle azioni che l’essere umano pone in essere per soddisfarli. Questi “bisogni” furono divisi da Maslow  in cinque gruppi, ognuno caratterizzato da un bisogno particolare ed in rapporto gerarchico tra loro. Al primo gradino o livello troviamo il bisogno di soddisfare le esigenze vitali primarie: nutrirsi, lavarsi, vestirsi, dormire. Una volta soddisfatti questi bisogni si può passare a quelli del livello successivo, il bisogno di sicurezza. Infatti desideriamo nutrirci, lavarci e dormire in un luogo dove ci sentiamo al sicuro, vogliamo avere un posto dove soddisfare i nostri bisogni primari in tranquillità, in pace, sentendoci al sicuro ed al riparo dai pericoli e dalle minacce che possono venirci dall’esterno, non solo dagli altri ma anche dall’ambiente esterno sia esso fisico che sociale. La soddisfazione di questo secondo livello di bisogni si realizza di solito col trovarsi un alloggio, costruendosi una casa. Quando abbiamo soddisfatto questi due livelli di bisogni primari sicurezza del cibo ed un luogo dove consumarlo in pace, nell’uomo sorge il bisogno di aprire la porta di casa e trovare qualcuno che lo accoglie, di avere una famiglia, di appartenere ad un gruppo di persone con cui condividere la sicurezza del cibo e della casa, di sentire il calore dell’affetto, la dolce sensazione dell’amore, la rassicurante accettazione dell’intimità anche sessuale. Il bisogno di “appartenenza” si realizza principalmente con la famiglia e può da questa allargarsi alla parentela, ai parenti e gli affini ed estendersi alle amicizie e da queste allargarsi ancora alla comunità in cui si risiede ed estendersi fino a sentirsi parte di un gruppo sociale, etnico, religioso, politico, nazionale. Il bisogno di appartenenza può articolarsi in direzioni relazionali complesse ed estese ma ha come base primaria la famiglia. L’individuo se non è riuscito a crearsi un’appartenenza familiare non potrà mai ritenere di aver costruito il livello di soddisfazione del bisogno di appartenenza su solide basi e sarà sempre vacillante su di esso. La soddisfazione del bisogno di appartenenza di solito si manifesta all’esterno attraverso l’adozione di simboli, atteggiamenti, modi di fare e di pensare, scelte politiche, economiche, sociali e religiose. L’appartenenza esige l’assolvimento anche di obblighi morali ed etici e può costituire fonte di limitazioni alla nostra libertà di agire fino ad esigere da noi un comportamento conformista ed ortodosso la cui violazione può comportare la rottura dei vincoli e dei meccanismi di appartenenza. La soddisfazione di questo bisogno può, quindi, comportare delle limitazioni alla nostra libertà e costituisce la base per salire al livello successivo di soddisfazione del bisogno della “stima”. Questa si sviluppa in due direzioni principali come autostima e come stima che ci deriva dagli altri. Si possono verificare anche dei conflitti tra autostima e stima degli altri. Quest’ultima spesso richiede dei compromessi con la propria autostima quando esige un comportamento che a livello sociale è apprezzato ma che a livello personale non ci sentiamo di adottare. Pensiamo in passato al cosiddetto “delitto d’onore”. L’ambiente sociale di appartenenza esigeva che alcune offese andassero lavate con il sangue mentre a noi ripugnava la soluzione cruenta del conflitto. Ci rendiamo che conto che mano a mano che si sale nella “scala dei bisogni” la soddisfazione di essi si Una volta che l’uomo ha risolto il problema di procurarsi del cibo, ha una casa ed una famiglia, sente il bisogno di essere apprezzato per questo sia all’interno della propria cerchia familiare, parentale e degli amici. Il suo bisogno si eleva al livello superiore quello della “stima”, l’uomo vuole essere “stimato”  sia all’interno della propria cerchia familiare che all’esterno nella società. Per completare la soddisfazione dei suoi bisogni è necessario giungere alla cima della piramide o della scala dei valori, vuole sentirsi appunto “arrivato” cioè realizzato sia a livello individuale che sociale.          

          

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/36/Piramide_maslow.png( da Wikipedia)



  ….l’Italia paese di schiavi dove bisogna avere amici potenti in alto, dove lo Stato disprezza il cittadino, dove la giustizia lo sbeffeggia, dove la magistratura è asservita ai partiti. Le stesse cose andavano allo stesso modo durante il fascismo, molto prima del fascismo. CURZIO MALAPARTE 

Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta." Buckminster Fuller
ZamlapLaGiocondaDuchampLHOOQ2013
Figura 11 Gli androgeni adamitici - Iervolino Salvatore 2014


LA FALSIFICAZIONE DELLA REALTA’ – IL TEMPO COME MISURA DEL POTERE – IL VALORE DEL TEMPO COME VALORE DELLA VITA – IL TEMPO e LA BUROCRAZIA – LO STATO CRONOFAGO – L’ESPROPRIO DEL TEMPO – LA RICONQUISTA DEL TEMPO PROPRIO e LA LIBERTA’

Il tempo è la distanza tra due istanti  in un insieme di momenti senza distanza. E’ la definizione più semplice ed intuiva di un concetto sul quale i filosofi sono discordi da sempre. Viene ripresa dal concetto di spazio concepito come insieme di rette tracciate tra due punti in un insieme infinito di punti. Il tempo e lo spazio sono le due dimensioni  che Iddio ha dato al contenitore della sua Creazione. Perché ne parliamo? Zamlap è una rivista nata anche per investigare l’effetto dell’azione dello Stato sull’individuo attraverso l’opera delle sue istituzioni brevemente indicate come istituzioni.  Lo Stato agisce sulle dimensioni in cui il cittadino, ognuno di noi vive come qualsiasi altro essere vivente sulla faccia della terra, le dimensioni dello spazio e del tempo. Lo Stato governa agendo sullo spazio e sul tempo, la sovranità statale è sovranità spazio-temporale. Lo Stato moderno pretende di essere il padrone assoluto del tempo e dello spazio. Impadronendosi del tempo e dello spazio diventa padrone di quanti e di tuto quello che si trova a vivere nelle dimensioni spazio-temporali assoggettate la suo potere.  La consapevolezza di questa situazione dovrebbe atterrire chiunque. Eppure la maggioranza, se non la totalità dei cittadini, non si rende conto dell’espropriazione subita ad opera dello Stato. Alcuni capiscono di avere grosse ed incisive limitazioni alla propria libertà ma sono confusi sugli effetti e ancor più sui rimedi. Si accorgono che il diritto di proprietà sui propri beni non è assoluto, che devono dividere il loro reddito con lo Stato che lo assoggetta a prelievo fiscale, per i lavoratori dipendenti è addirittura alla fonte. Se si ha la proprietà di un terreno tutti sanno che per costruirci una casa è necessaria una licenza  edilizia, neppure è possibile coltivarci quello che si vuole. La proprietà dello “spazio” è, quindi, soggetta a limiti, autorizzazioni e concessioni.  Questo ci dice che la proprietà non è più espressione della libertà come era un tempo. Il proprietario di un immobile, di un terreno, cioè di una porzione di “spazio”  deve pagare un tributo allo Stato, denominato una volta ICI, un’altra IMU, un’altra TASI, Tari e via dicendo.  Se per rimanere proprietari di un bene dobbiamo pagare un tributo a qualcuno è chiaro che  di quel bene non possiamo più dirci proprietari o lo siamo solo formalmente, di nome ma non di fatto.  Ancora più evidente che padrone dello spazio è lo Stato appare quando ci muove in esso. Per muoversi nello spazio, cioè circolare, dobbiamo farlo secondo regole stabilite dallo Stato. Tutti sanno dell’esistenza del Codice della Strada che contiene le regole con cui ci si può spostare utilizzando le “strade” che esse stesse sono state  costruite come deciso dallo Stato. Lo spazio, quindi, è una dimensione assoggettata assolutamente al potere statale. L’appropriazione più penetrate e limitante, però, non è questa ma quella del tempo, che è anche più subdola perché meno evidente, della quale è più difficile avere consapevolezza da parte del cittadino. Questi spesso non si accorge di venire sistematicamente espropriato dallo Stato del proprio tempo in maniera diretta, ed, ancor più facilmente, indiretta.  L’apparato burocratico dello Stato è per la maggior parte impegnato a espropriare il cittadino del proprio tempo. Basta considerare che  si dice che per pagare le tasse il contribuente deve lavorare fino a luglio per lo Stato. Lo Stato espropria il cittadino soprattutto attraverso l’imposizione fiscale. Il denaro infatti è una misura del tempo. Quando compri un bene per dieci euro questa somma indica anche il tempo che ti è stato necessario per procurartela e, quindi, ti dà il valore del temporale del bene che hai acquistato. Per restare nell’esempio se il tuo lavoro viene pagato dieci euro all’ora quel bene, comprato ad un euro,  vale un’ora del tuo lavoro, quindi, per averlo dovrai lavorare un’ora. Il valore del tempo è un concetto che di solito viene applicato nel campo dei trasporti per stabilire il costo degli spostamenti  a seconda che ci sposti con veicoli leggeri o pesanti. E’ un concetto utile anche per seguire il nostro ragionamento anche per capire il valore-tempo della moneta. Da quando la moneta ha perso la convertibilità con l’oro o altre entità reali e, quindi, il suo valore non ha riferimenti  reali, si può utilizzare il valore-tempo che, però, non è uguale per tutti in quanto il tempo di ciascuno ha un valore monetario diverso a secondo del valore “sul  mercato del lavoro” che ad esso viene riconosciuto. Se la nostra paga oraria, anziché essere di 10 euro fosse di 100 euro il valore orario del nostro tempo è pari a 100. Lo Stato non dà alcun valore al tempo, lo considera alla stregua dell’aria o della pioggia, beni senza alcun valore economico in quanto sottratti allo scambio.  Questo ha come conseguenza che quando lo Stato si appropria del tempo del cittadino ritiene di non appropriarsi di nulla. Ognuno si rende conto che questa concezione può avere conseguenze molto gravi sulla vita dei cittadini ed in effetti tutti chi più chi meno ne hanno sofferto e ne soffrono. Quando c’era la leva obbligatoria l’esproprio del tempo del cittadino era evidente. Lo Stato per un anno o più espropriava il cittadino del suo tempo che andava speso per servire la Patria in armi. Quello della leva obbligatoria era il caso più evidente e tangibile che lo Stato moderno ritiene di essere il padrone del tempo dei suoi cittadini.  Questo esproprio diventa l’espressione massima del potere dello Sato in caso di guerra in quanto l’esproprio può avere un esito definitivo se il cittadino in armi perde la vita. La monetizzazione del tempo è evidente nel rapporto di lavoro. Chi si mette alle dipendenze di qualcuno non fa altro che vendere il proprio tempo al proprio datore di lavoro a fronte di una retribuzione. Questa caratteristica permane anche quanto il prestatore di lavoro si obbliga ad un risultato, a compiere un’opera.   A questo punto è necessaria una breve digressione nel discorso per introdurre il concetto di politica come falsificazione della realtà.  In un epoca storica fasulla come questa, la falsificazione della realtà è stata sottratta all’arte dal potere politico e all’artista è stato tolto il terreno da sotto i piedi. In verità l’ingresso dell’arte in politica non è nuovo. La politica nasce con la civiltà, come continuo processo di falsificazione della verità e della realtà.  Il potere politico ha bisogno di impadronirsi della realtà per manipolarla e trasformarla in funzione dei suoi fini che si riducono solo a due: essere e conservarsi.  Lo svuotamento del reale è la prima operazione politica. Fatto il vuoto lo si riempie con la non-realtà imposta con la forza dal potere politico. Questa non-realtà si impadronisce principalmente del tempo, il dominio del tempo è fondamentale per esercitare il controllo politico della società  civilizzata.  Ciascuno di noi sperimenta quotidianamente la vera forza della cosiddetta Pubblica Amministra il dominio  dispotico del tempo altrui e l’assoluta assenza di tempo proprio. La P.A. non è soggetta alle regole del tempo e assoggetta a regole il tempo altrui.  Questa è la vera forza dello Stato, il vero potere, essere padrone del tempo altrui. Un tempo questo potere si esprimeva con la possibilità di comminare la pena capitale, simbolicamente espresso nel simbolo del fascio con l’ascia. Con la condanna a morte il condannato veniva privato definitivamente del proprio tempo cioè della vita. Ancora oggi le condanne penali si infliggono con sanzioni espresse in tempo, da un giorno di reclusione fino all’ergastolo. La potestà sanzionatoria dell’autorità giudiziaria penale si esercita privando il condannato del suo tempo non tanto della libertà la cui privazione è l’effetto della sottrazione del tempo. Lo Stato si appropria del tempo del condannato tenendolo in reclusione e la pena viene spiata con il trascorrere del tempo. Se la condanna penale si misura in termini temporali si  comprende quale valore abbia il tempo. Abbiamo parlato di valore e di vita. Questo ci introduce al discorso del rapporto tempo-vita e del valore del tempo.  La vita è il tempo assegnatoci dal destino tra due momenti, quello della nascita e quello della morte.

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Chiuso in Redazione in data 30 giugno  2014  

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